VIAGGIO GENNAIO Ridurre

Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria della meta da cui è tornato.

(Edgar Allan Poe)

Martedì 15  gennaio 2013

Stiamo lasciando il sole africano, che durante questo soggiorno ci ha scaldato l’ anima  ed il sangue,   con l’ illusione utopica di tornare in Italia al  punto di partenza ed essere  accolti  da  un magico cambiamento climatico, senza precedenti, magari non trovando più il gelido inverno ma una precoce e calda estate !

Sì questo è stato il tormentone che ci ha accompagnato lungo la strada che ci portava da Koudougou all’ aeroporto:  non farci   rubare in nessun modo  il calore regalatoci dal sole del Sahel e dalla gente  incontrata !  

Un viaggio un po’ per caso iniziato il 5 gennaio 2013 con 6 personaggi ed  un canovaccio (approssimativo, improvvisato) che ha fatto emergere - riemergere - rivivere  la capacità di emozionarsi.    Che ha permesso a tutti di apprezzare l’ umanità  dignitosa di chi recita  il quotidiano  su un palco  troppe volte  scomodo e faticoso.

Dieci giorni per camminare e incontrare,  per scoprire e lasciarsi scoprire,  per riportare a casa  una borsa  vuota di vestiti,  ma zeppa di ricordi e di suoni che,  come una cantilena resteranno a lungo vivi nella testa !

Sabato 5  gennaio 2013

Nel  momento del bisogno si trova sempre un amico ben disposto ad un aiuto …. se si  è coltivato  il seme dell’ amicizia.  Infatti  alle  6  di  mattina il pulmino, gentilmente prestato  dalla Comunità Papa Giovanni XXIII,  é la provvidenziale  navetta che   ci trasporta a Malpensa. 

Come sempre abbiamo bagagli stracolmi di provviste e regali,  per sfruttare  al massimo  la disponibilità di peso che ci consente Turkish air line,  la compagnia aerea scelta per portarci alla meta.

Ci accompagna nel primo tratto di strada un’ alba  che dipinge il cielo di sfumature

che preludono il  sereno di questo giorno. Si va verso l’ aeroporto un po’ assonnati e silenti:   forse ognuno di noi, in cuor suo,  nutre qualche riserva  sulla buona riuscita

dell’ avventura che sta iniziando !

Anche il conducente parla poco, ogni tanto qualche battuta ravviva l’ atmosfera,  forse ci stiamo “studiando”  l’ un l’ altro ?

(arrivati alla meta,  nel buio della  notte africana,  apparirà  ben chiaro  ed evidente    che lo stare insieme sarà  piacevole,  Dieu Merci !)

Il volo,  partito da Milano,  termina con un’ ampia virata sul mare passando sull’ abitato di  Istanbul che dall’ alto appare immensa e molto bella;  l’ aereo atterra poi sfiorando  dolcemente la pista.

Poche ore di attesa prima del volo per  Ouagadougou.   Otteniamo il biglietto di transito,  dopo una caotica  coda di gente che si accalca intorno allo sportello del disorganizzato personale, sfoderando  per l’ occasione un Inglese primitivo ma efficace !

Efficace al punto  che,   “incredibile ma vero”,  cercando sull’ aereo la numerazione del  posto alcuni di noi si accorgono di esser  prenotati in classe Business. Mi rivolgo incredulo  alla  Hostess che conferma con un sorriso rassicurante:   da prima  classe !

Spazio comodo, servizio di riguardo con un menu curato che termina addirittura con il digestivo (basta chiedere!)

Ce la ridiamo di questa fortuna e, da gente raffinata quale siamo ormai  considerati,  ci godiamo sfacciatamente  il comfort  che ci è omaggiato.  Gesticolando, mentre parla con me, Matteo   dà una colpo maldestro al bicchiere di cognac,  appoggiato sul tavolino,  che  si rovescia sopra ai suoi pantaloni cadendo poi  in frantumi a terra e smentendo così ,  in modo plateale,   il nostro status  di gente classe business .  Che figura !

A notte fonda  ci tocca ancora  lo  scalo tecnico di  Njamej in Niger, con una pausa che mette alla  prova la nostra resistenza. Raduniamo le energie  per sopportare  l’ ultima ora di volo,  prima di arrivare finalmente  a destinazione.

A Ouaga è tutto pronto.  Sbrigate le formalità burocratiche e passata la dogana,  ci attendono   il sorriso e l’ abbraccio di Issa,  autista fidato e di fiducia.  Lo  accompagna lo scaltro  Guba   che è lì per incassare l’ anticipo e consegnarci il  petit-car . E’  lo stesso mezzo dell’ anno scorso  ma un po’  più scassato.  Sul piazzale dell’  aeroporto incontriamo i  cambia- valuta con i quali contrattiamo il  cambio  euro / franchi - cefa  (ovviamente tutto “ in  nero” e clandestino).

Dopo tanta fatica ci concediamo la nostra prima Brakina, fresca e meritata,  che prendiamo in un “bar” dove due  tipe scherzano,  in modo simpatico, con le  “blanc”.

Il gusto fresco della birra ci tonifica, Selena apprezza  il sapore della Brakina ed  ingrana immediatamente la giusta  marcia per il suo primo afro – tour.

Matteo ci guarda un po’ da lontano:  ha bisogno di  tempo …..  mi domando:  “se adesso gli offrissero  un volo aereo immediato  per l’ Italia chissà  cosa farebbe ? “

Affrontiamo il “goudron”  con i fari  che bucano  il buio della savana.  Il dondolio del furgone addormenta la comitiva, stanca  e stordita dal lungo viaggio.  Intanto Issa ci conduce “a casa”.

La notte africana non è sempre quieta  e se c’ è  festa non si interrompe certo  per timore di  disturbare il vicinato!   Infatti,  poco lontano  dalla nostra casa,  si festeggia un matrimonio e  gli amplificatori pompano una musica orribile che non smette mai. Per fortuna anch’ io,  che mi adatto con difficoltà ad un  letto diverso,  piombo per sfinimento in un sonno terapeutico.

Domenica 6 gennaio 2013

Come sempre è dalla Moschea che arriva  la prima sveglia mentre la musica  della notte, già un po’ stanca,  adesso picchia in sordina.

Prendiamo il primo caffè  in terra lontana ed il sapore  è pessimo:  la caffettiera, che da troppo tempo dorme inutilizzata, sovrasta col gusto  di latta  quello del caffè:  pazienza !

La curiosità ci spinge verso la casa dove c’è  festa.  Verrebbe voglia di andare con dei bastoni per distruggere gli amplificatori, ma i bambini che in strada ci circondano addolciscono il nostro animo. 

Intanto avviene il primo miracolo della terra rossa:  i sorrisi  disarmanti dei bimbi,  e la loro povertà,  fanno  breccia nei  cuori  bianchi ed in particolare  Matteo si commuove:  lui,  che mai vuole  essere fotografato,  chiede di essere  immortalato con un bimbo in braccio.  I suoi occhi sono arrossati:  so che non è la polvere !

Alcuni di noi decidono di visitare il mercato mentre io mi trattengo dalla Cattedrale per la Messa.  Un mare di  gente partecipa alla funzione con preghiere e canti ritmati che,  in una danza leggera,  fanno ondulare  i corpi dei fedeli.

Questa espressione di fede non può che rallegrare il buon Dio: quanta differenza dalle funzioni vissute nelle Chiese di casa nostra !

Ci ritroviamo per il pranzo iniziando con una éntree di “soma d’ aj”  spalmata su  un   pane croccante che si presta in modo eccellente. Quella del libanese è davvero un’  ottima panetteria,  infatti lavora instancabilmente dal primo  mattino fino a notte, sfornando una quantità enorme di dorate  baguettes.

Aisha gusta la soma d aj   stupita di questa  semplice e buona ricetta.

E’ un po’ che noto l’ orribile  pettinatura  di Aisha e penso che andrebbe  messa un po’ in ordine.   Mi offro così  di  pagarle   la piega migliore che la sua amica coiffeuse  potrà  acconciarle: sorride felice accettando.

Sappiamo che a Tiebò ci attendono con ansia,  ma,  prima di andarci,  ci concediamo un meritato  riposo per recuperare un po’ delle energie (perdute  nel faticoso viaggio

dall’ Italia)  da spendere poi al villaggio, dove  accoglieranno  in modo trionfale le blancs che arrivano da lontano e fanno cose straordinarie per la loro comunità.  

Quest’ anno raggiungere Tiebò è  difficile: l’ abbondante stagione delle   piogge  ha rovinato parecchio  la strada lasciando solchi profondi da attraversare.   Se la prossima stagione piovosa sarà di nuovo  così  ricca d’ acqua  arrivarci con un mezzo trainato da due semplici ruote motrici sarà impossibile.

La domanda che un buon europeo si pone in questa situazione  è: “ma perché non  la riparano ? “ ;    risposta africana:   “A che serve a  chi va a piedi, in bicicletta o col  motorino ?  E’ sufficiente passare un poco più in là,   il n y a pas de problemes “    !

Il  vociare dei  bambini, che sbucano da ogni  dove,  è  la colonna sonora  che ci rallegra durante il percorso.  Intanto il furgoncino,  tra una buca e l’ altra,  sballotta i suoi passeggeri  sollevando un polverone  che inghiotte tutto quanto,  dietro di noi.

Giunti  in prossimità di Tiebò veniamo  accolti   da   abbracci e cordiali  zuccate (forma di saluto in uso in questa terra)  di amici che rivediamo a distanza di  un anno.   Un seguito  di musicisti e giovani ballerine ci accompagna  al luogo dove ci saluteremo gioiosamente  rinnovando l’ amicizia che ci unisce.

Ci sentiamo ormai  parte di questa umanità che “a cerchio”  si stringe  intorno a noi  per

vederci e farsi fotografare.  Il calore ed il rumore  di questo incontro hanno ormai vanificato  gli ultimi   deboli dubbi  che i neofiti  di questo viaggio  nutrivano circa

l’ esperienza africana !

Cerco gli  attimi  migliori per scattare,  in una nuvola di polvere che colora  l’ atmosfera ma che è veleno per la macchina fotografica.

Al tramonto chiudiamo questa  intensa giornata.  All’ unisono constatiamo che la distanza fra il mattino e la sera è stata così ampia da provare  la sensazione di aver vissuto  il doppio !

La notte è ancora disturbata da una musica lontana, ma anziché fastidio è una piacevole ninna nanna.

Lunedì  7 gennaio

Si può scegliere di camminare   insieme oppure  prendere direzioni diverse …

l’ importante è  ritrovarsi;   così  sarà per questo giorno:

i  “business men”  andranno in capitale,  mentre quelli di buona volontà si sposteranno a Tiebò per dipinger di nuovo colore le stanche pareti delle aule scolastiche.

A Ouaga ci arriviamo con il mercedes  preso a prestito da Daniel, il fabbro.  

In un’ ora circa, senza correre troppo,  arriviamo comodi per  INCONTRARE  e VEDERE.

L’ aria della città è un impasto colorato di polvere ed  una miscela  di gas di scarico assortiti  fra olio, benzina e gasolio !   

Ouaga  si estende immensa:  sotto il suo  cielo  scorre una vita  dinamica e caotica

nella frenesia tipica di ogni capitale.

INCONTRIAMO:  Mahadi e suo fratello,  abile e fidato commerciante che vive a  Lomè, in Togo.  Al porto vende   mercanzie, auto e camion che gli amici africani, residenti in Europa, gli spediscono nella speranza di  ricavarne un  guadagno provvidenziale  per arrotondare i loro euro - redditi.  Ci incontriamo nel giardino di un bar frequentato da  un via vai di venditori.  Mi incuriosiscono, e mentre gli uomini di affari discutono,   cerco di farmi raccontare un po’ della  loro vita. Qualcuno parla volentieri  raccontandomi le fatiche e la speranza di avere un giorno una vita migliore  !

VEDIAMO:   accompagnati da Dorcas,  moglie di  Didier  e  prossima a raggiungerlo in Italia,  raggiungiamo due punti significativi della città:   l’ inumano carcere di M.A.C.O.  (Maison d'Arret et de Correction)  lugubre fabbricato che si impone, in centro città,  quale monito a chi osa infrangere  la legge  e la tomba dove riposa  il  “Che-Africano”  Thomas Sankara di cui quest’ anno ricorre il venticinquesimo anniversario di morte.

Sapevo che quel cimitero era un luogo anonimo e  trascurato, ma che la tomba fosse in tale stato di abbandono  mi ha molto rattristato.

Quale poco onore per Sankara,  paladino dell’ onestà e  nemico dei corrotti che  da Presidente è stato a fianco del suo popolo vivendo comunque in sobrietà.  

Quante cose avrebbe da insegnare ai  politici di oggi e di domani  Thomas,  testimone  inflessibile e  coerente,  che non si è mai piegato  a sporchi  compromessi !

A   M.A.C.O.  arriviamo  per l’ appuntamento con Padre Francois  presentandoci alle guardie dell’ ingresso che ci invitano ad  attenderlo in cortile.   Il  grande  spazio del cortile è  affollato di  persone che, tra il paziente ed il rassegnato,  sono lì  per consegnare, sottoponendosi a rigide ispezioni,  sacchi di viveri ai loro parenti,  rinchiusi nell’ inferno oltre il muro.   Lasciati  i pacchi non resta che sperare:  chissà se saranno davvero consegnati a chi li attende ?

Padre Francois  è un sacerdote che, per quanto gli è concesso,  cerca di dare

un’ assistenza umana e spirituale  ai prigionieri di M.A.C.O.   

Ci presenta al responsabile del carcere domandando per noi l’ autorizzazione  ad oltrepassare il confine del mondo libero. Otteniamo il permesso senza difficoltà e, come cauzione, vengono trattenuti  i nostri passaporti.

All’ interno,  in un grande spazio,  sono costruiti  padiglioni  squallidi e soffocanti,  contenitori di una  umanità che ha  sbagliato o attende   rassegnata che  una lenta e incerta giustizia decida per la  colpa o l’ innocenza:  sono minori, donne, uomini e politici.

Impressiona in modo particolare  un grande cubo senza  finestre, solo con  piccole fessure per il  passaggio dell’ aria.  E’  angosciante pensare  che sia abitato da persone delle quali si avverte la  presenza solo  dai miseri  panni  che fuoriescono stesi dalle feritoie.    Faccio molte domande a  Padre Francois  che racconta dettagli orribili.

Il sogno  di Padre Francois è di costruire a  M.A.C.O.  un forno capace di cuocere tanto “pane quotidiano” da poter sfamare tutti  i reclusi oggi costretti a pasti così orrendi che sarebbero  rifiutati perfino dagli animali!  Ci dice di aver già ricevuto qualche  piccolo finanziamento,  mancano ancora risorse,  ma   Francoise è determinato ad avviare al più presto i primi lavori.  Condividiamo ed incoraggiamo le sue aspettative !

Siamo ormai a pomeriggio avanzato quando,  usciti da M.A.C.O. , ci  rituffiamo nel flusso di auto e moto che percorre  Ouaga  per dirigerci verso la più tranquilla Koudougou.

Rientriamo volentieri alla base, “a casa”, dove gli amici ci raccontano  di non aver potuto lavorare a Tiebò, perché,  non avendo avvisato,  si svolgevano le lezioni che non era possibile  interrompere!   La faccenda mi indispone un po’,  parendomi irragionevole che il Direttore  non comprenda che il nostro soggiorno in Africa è limitato  e non  possiamo permetterci di temporeggiare  oltre.  Telefono,  per una richiesta d’ aiuto,  al nostro mediatore Idrissa il quale, con la giusta ed efficace diplomazia,  parlando con il Direttore dipanerà la matassa !

Oggi  Aisha  è andata dalla pettinatrice,  ed è   “trasformata”:  la nuova acconciatura la rende davvero graziosa. Vedendola,  fingo di non riconoscerla. Tutti quanti apprezziamo questa metamorfosi, in più indossa un abito davvero carino che  Selena  adocchia subito desiderandolo  per lei.  Nasce così una piccola trattativa fra le due donzelle per stabilire un prezzo equo del vestito,   ma  Aisha,  con il suo dolce sorriso, assicura  di voler  regalare  l’ oggetto del desiderio !

La cena è animata e si sta bene insieme.  A tavola siamo sempre più numerosi ma, fortunatamente,  “ce n’è per tutti”.

Il capo villaggio di Tiebò, Chef  Kaborè,   è  sceso a Koudougou  in questi giorni auto-proponendosi  come ospite (permanente).    Assicura di fermarsi appena un paio di giorni, giusto il tempo di  sbrigare l’ acquisto di un terreno:  resterà invece per tutta la nostra permanenza,   non disprezzando mai un bicchiere  di brakina  ed arrivando sempre in perfetto orario per i pasti!

 

Martedì 8 gennaio

Tiebò è il “punto centrale”  delle nostre  permanenze in Burkina, anche se andarci  più volte, in breve tempo,  stanca maledettamente.  L’  ultimo, eterno, tratto di sentiero,  che parte da Imasgo per il villaggio,  è massacrante sia per  la carrozzeria dell’ automobile che per la nostra spina dorsale !  La schiena è costretta ad ammortizzare sobbalzi terribili, con sonore zuccate che  sbalzano il passeggero sul sedile in modo violento!       

Per chi guida la situazione non è certo migliore:  Issa è davvero paziente e robusto perché  il  petit-car, ormai  “alla frutta”,  oltre a spegnersi ogni volta che il regime del motore si abbassa,   ha anche l’ idroguida fuori uso  e richiede quindi  muscoli  alla  “braccio di ferro” per sterzare.

Il  mattino  è  fresco  ed il sole rende alla natura una luce morbida (effetto flou)   che appare  quasi dipinta  come una scenografia  appoggiata ai lati della strada.  

Commento con  Matteo la bellezza della luce ….. ma  mi dice di trovarla  identica a quella di un mattino di casa nostra,  e ciò mi smonta  brutalmente !    Poi, non ricordo quale  sia stato lo spunto che lo ha sollecitato, Matteo  parte in una monologo di confidenze e di sapienza  raccontando e considerando,   facendosi apprezzare per la  simpatia del suo narrare.  Accorgendosi di aver catturato  la platea  si interrompe, quasi fosse fuori luogo il suo parlare:  “ Ho già detto troppo,  ora  basta …. ! ”   ma aperta la breccia  il defluire è inarrestabile.

A  Godin c’ è mercato. E’ facilmente intuibile dalla processione di biciclette che, stracariche,  vanno in quella direzione.  Avanzando più rapidi le  facciamo sparire in una nuvola  di polvere  dalla quale riappariranno  per sparire ancora al  passaggio di un’ altra auto.

Il barrage di Goden, in questa stagione,  è costellato di ninfee  che si aprono ai raggi del sole, donando all’ insieme  l’ immagine di un cielo stellato, anche se  popolato di mostri  che pacificamente vivono  al suo interno:   son les Kaiman  (coccodrilli) .

Purtroppo, siamo di fretta,  Tiebò ci attende per il lavoro,  non possiamo sostare,  magari lo faremo  al ritorno.

Alla scuola  lavoriamo sodo e in squadra.  Iniziano la pittura  i professionisti,  vestiti di tute bianche  e armati di rulli e vernice,  poi,  poco alla volta,  si aggiungono volontari che, con entusiasmo, si  prestano a  “dare una mano”  e in men che non si dica  il  lavoro,  preventivato per un paio di giorni,  viene terminato in meno di una giornata.   Si lavora  sotto gli occhi dei  bambini e della gente che  stupita  ci  osserva, e questo clima di  curiosità allevia la calda fatica.

Nel primo pomeriggio le aule profumano  già di pulito,  è un trionfo:  rapidità e qualità.

Nella cucina della mensa, stanchi e sporchi di vernice, condividiamo il piccolo pranzo portatoci da  Selena e Lillo giunti con il secondo viaggio di Issa:   Tiebò- Koudougou –Tiebò  (povero chaffeur).  Selena e Lillo hanno atteso a Koudougou   che il Libanese sfornasse la montagna di  baguettes necessarie per il party.   

Mentre i lavoratori si concedono un riposino,  Aisha e Selena confezionano i panini con il cioccolato, da offrire ai ragazzi  che da fuori  “ci assediano”  in una chiassosa effervescente attesa.

Al calar del sole tutti hanno divorato i  panini  e la nuvola di polvere sollevata dalla maxi partita di pallone è  sfumata,  portata via  dalla brezza dell’ harmattan che, a sera,  inizia  a soffiare.

La gente rincasa ed anche noi prendiamo la via del ritorno rassegnati a farci  frullare dalle buche,  ma ben disposti perché,  ad Imasgo,  ci concederemo il rinfresco dei giusti !

Lungo la  via di casa, quando il sole è ormai basso, accostiamo ancora  per un saluto al papà di un amico che vive a Fossano:  è da molto tempo che mi chiede questa cortesia. Finalmente  mantengo la  promessa fatta e troppe volte disattesa.

Entriamo in  un piccolo cortile,  dove un uomo, ormai al tramonto della vita, trascorre i suoi giorni in paziente vecchiaia:  la nostra presenza lo rallegra.

Non parla,  e non comprende il francese,  così Brema traduce  il saluto e le notizie che porto del figlio Giuseppe che vive  lontano !  Con un gesto  quasi di benedizione  e una stretta di mano ancora vigorosa  saluta e ringrazia.  Per ricordare,  fermo questo momento commovente   con uno scatto.  Il vecchio invece ricorderà  raccontando  alla sua gente  

l’ onore che gli è toccato.

A casa,  prima di salutarci per la nanna,  concordiamo  una sveglia di buon’ ora per goderci l’ emozione ed i colori  dell’ alba africana.

Mercoledì 9 gennaio

Se la sera precedente è stata da  leoni il mattino successivo è da …….. dormiglioni.

All’ appuntamento con l’ alba nessun bianco era presente ad accogliere  il sole che, se pur deluso, non ha mancato comunque  il suo impegno di illuminare il 9 gennaio !

La colazione è il rito che apre la giornata.  Il tavolo, dove i  tanti clienti dell’ open bar si ritrovano,  è sempre troppo piccolo e,  tra caffè e biscotti  made in Italy,  impostiamo due distinte avventure da vivere.

Lillo ed io incontreremo il Direttore della Scuola di Tiebò,   mentre Issa accompagnerà “il resto della banda” prima a salutare le  donne che frantumano le pietre lungo la strada di Sabou   e  poi  al lago dei “ Kaimani sacri’.

L’ incontro con il maestro è per una questione di soldi  legata all’ Associazione;  sbrighiamo la pratica nello spoglio ufficio di una minuscola banca locale.   

E’ un’ operazione semplice ma,  essendo  tutto gestito manualmente, sarà lunga. 

All’ addetto,  che appare come seduto in una buca,  dietro un bancone  sproporzionato per l’ altezza  e a misura di un cestista di basket,   consegniamo la mazzetta di logori denari,  che conta e riconta.  Poi con energico vigore  timbra e   convalida le ricevute del versamento.

Risolta la questione d’ ufficio siamo più sollevati ma con  la gola  riarsa.  E’ un problema fisico che  si  ripropone più volte durante la giornata ed è un disturbo tipico dei soggiorni  in Burkina.  La medicina tradizionale del posto  consiglia di combattere questo antipatico  inconveniente facendo  abbondante uso di brakina oppure, quando è possibile,   brakina e tonic.   Possiamo testimoniare che il fastidioso problema  alla gola sparisce piacevolmente all’ istante!

Ci concediamo così due  freschissime brakine mentre sono ormai le 11 spaccate,  proprio  

l’ ora migliore  per andare al lago a goderci lo spettacolo delle ninfee,  sperando di incontrare anche  qualche pigro coccodrillo sdraiato al sole.

Il barrage è racchiuso in una cornice di manghi  rivesti da chiome  di verdi foglie lucenti, quasi fossero state cerate.   La  riserva di acqua  con la stagione secca diminuisce lentamente fino a  ridursi a poco più  che  una pozzanghera.  Di conseguenza i coccodrilli, in quel periodo,  dovranno ritirarsi in  letargo dentro fresche buche profonde che si scaveranno nel fango,  attendendo  che le piogge future  restituiscano nuova acqua al loro habitat.  

Intanto un kaimano,  curioso di vedere dei “nasara”,  esce lentamente dall’ acqua per accovacciarsi su un  isolotto  poco lontano dalla sponda dalla quale ci godiamo la visione. Ci guardiamo l’un l’ altro con po’ di inquietudine:   il coccodrillo ha paura degli uomini (ci dicono i locali) e noi di lui !   Per non spaventarlo stiamo fermi ed in silenzio, così si  concede per un paio di scatti per poi  tornare in acqua salutandoci..

Sulla sponda del lago, alcuni ragazzi confezionano mattoni di terra. A mani nude e con movimenti rapidi pressano,  a schiena curva,   fango ed erba secca  dentro  appositi stampi.  Distesi al sole  una grande quantità di “bric” sono pronti. Saranno acquistati,  per  per  pochi franchi, da  chi  costruirà una  casetta.

Incuriosisce  il loro lavorare a ritmo veloce:  forse sarà per sfruttare il più possibile quel  fango che tra un po’ di tempo diventerà terra secca e bruciata  costringendoli, come i Kaimani,  ad attendere una nuova stagione piovosa.

A mezzogiorno  i morsi della fame ci ricompongono  per il  pranzo, dove ci raccontiamo  quanto fatto in mattinata.  Alla  “ banda” non è andato tutto come da programma perché le donne non  erano al lavoro. Fortunatamente una di loro, che vive poco lontano,  li ha raggiunti promettendo di radunare le donne per il sabato mattina .   (sarà un grande incontro !).

Nell’ ora di pranzo  il portone di casa “ha un gran da fare” :  non smette infatti di aprirsi e chiudersi con un  rumore di ferraglia che, meglio di un campanello,  avverte che  stanno entrando nuovi ospiti.  Fra questi arrivano, casualmente, anche Margherita e la figlia per assicurarsi che si andrà  a  Willy e non disdegnano di  partecipare alla maxi spaghettata in corso,  mentre concordiamo  di passare, nel primo pomeriggio,  da lei  per  raggiungere insieme il villaggio.

Accompagnandoci  nel percorso ci divertiamo a canzonare Margherita  per il suo vocione e vociare:  lei sta al gioco e se la ride sorniona.  Intanto,  lungo il sentiero,  sporgendosi dal finestrino, gesticolando e  urlando saluta quanti incontriamo. Probabilmente  questa esternazione è per far notare che è in compagnia di bianchi e sta accompagnandoli al suo villaggio.

A ridosso del  grande albero di Willy,  che ci ha visti tante volte riuniti per i saluti, il cantiere di una  casa in costruzione  impedisce di godere ancora  di quell’ antica ombra.   Ci sistemiamo così  fra  le tettoie in paglia  usate come  aule scolastiche,  sotto le quali minuscoli bambini seguono la lezione dei maestri;  al nostro apparire,  quasi obbedendo ad  un comando militare,  si alzano educatamente in piedi  regalandoci un saluto corale. 

I maestri sono esigenti nella disciplina e riescono a contenere l’ esuberanza dei ragazzi.  Ottenuto il permesso gli alunni  si disporranno  in cerchio tutti intorno a noi. 

Il  Maestro (capo) ci accoglie con parole di saluto  molto lusinghiere, in  un ottimo francese,  dopo averci offerto la ciotola dell’ acqua  (simbolo di ospitalità).

Seguiti  da bimbi saltellanti ci spostiamo al  “magico baobab” , sempre enorme ed  imponente, attorno a cui  improvvisiamo un allegro girotondo. 

E poi foto e foto: ogni viso vuole uno scatto,  e ogni scatto deve essere poi mostrato suscitando  in chi si ammira (forse per la prima volta) una  liberatoria  risata di sorpresa. Liberatoria perché  l’ obiettivo mette soggezione e diffidenza, infatti il primo click è sempre di un viso estremamente serio. Ma vista l’ immagine acquistano fiducia nello “stregone fotografo”,  così,  rilassati,  sorrideranno  nelle pose successive.

Tornando,  il Maestro (capo) mi accompagna verso il pulmino parlando con grande entusiasmo dei progressi  di questa  piccola scuola un po’ improvvisata.   Capisco che ripone grande fiducia  nella mia mediazione verso  il consiglio di  “Oltre la polvere” , sperando nella mia capacità di convincerli ad  adottare il progetto di  una scuola di mattoni a Willy.   Questo uomo, forse di una quarantina d’ anni,  ha un’ energia ed un sorriso rassicuranti  e  svolge il suo ruolo di maestro con grande passione ed entusiasmo.

Mi convince ! Anche  la gente di Willy fa breccia nel cuore degli  amici bianchi:  la loro spontaneità li  ha catturati.  

Al calar del sole, mentre Issa sostituisce una  ruota forata,  progettiamo di ritornare ancora al villaggio  per portare in dono  palloni  da calcio e  distribuire una merenda ai ragazzi.

Entriamo in Koudougou quando ormai  è notte.  Sfacciatamente avanziamo, a Margherita,  una richiesta di  “dovuta  riconoscenza”  chiedendole  di offrirci brakina e tonic per spazzare dalla gola la polvere respirata.  Detto, fatto:  ci troviamo accomodati sotto un portichetto dove ci viene servita una cassa zeppa di fresche bevande.  

I  bambini  ci guardano curiosi,  un po’ da lontano, ma basta il lampo di un flash perché  si appiccichino  al visore per ammirarsi.    Ci mettiamo a cantare allegramente radunando intorno a noi  una piccola folla di curiosi  che sorridono divertiti  nel vedere le blanc  in atteggiamento (forse inconsueto)  “festaiolo”.

La festa continuerà  anche  a casa con una cena rumorosa ed affollata,  mentre la  taumaturgica  brakina scaccerà la malinconia, se per caso qualcuno ne soffrisse !

 

Giovedì 10 gennaio

La vita in Burkina  è essenziale, e nessuno  pianifica il futuro.  Le famiglie sono strutturate in modo diverso da come siamo abituati a concepire noi la parentela; per esempio,  il parere dei congiunti ha molta influenza  sulle decisioni famigliari.   

I bambini  di solito sono  numerosi ed  i genitori non hanno per loro  particolari  attenzioni apprensive,  anzi sono lasciati quasi  in un trasandato abbandono.

Ogni giorno la gente deve inventare, talvolta anche con fantasia,  il quotidiano  per sbarcare il lunario.   

All’ interno di  questa società, dove la maggioranza delle persone paga un conto pesante  per una vita di sopravvivenza,  esiste  un’ altra  società,  ancor più indifesa e maltrattata, che è quella degli  animali.

Per  non fare di tutta un’ erba un fascio circa il maltrattamento degli animali,  accettiamo il suggerimento di amici che ci consigliano di  visitare la riserva  di Zignarè,  proprietà del Presidente Comporè  dove, dicono, si custodiscono  animali autoctoni protetti in un habitat naturale,  offrendo ai turisti  un’ attrazione  particolare e imperdibile.

Il sito è oltre la capitale a nord est,  sulla strada che porta alla mitica Gorom Gorom, meta  che abbiamo dovuto “abbandonare”  perché  considerata pericolosa, nel gennaio 2013,  per l’inasprirsi delle tensioni nel vicino Mali.

Prima di darci per vinti  e rinunciare  al famoso mercato di  Gorom, abbiamo contattato diversi informatori.  Tutti quanti  però  ci hanno caldamente  sconsigliati, dicendo che attualmente si può arrivare  a Gorom solo per scopi umanitari e sotto scorta militare. Facciamo un rassegnato atto di fede.

Così  per non rischiare la pellaccia  cambiamo, con uno  “svantaggioso baratto” ,  il mercato con il safari.

Per  arrivare al parco si deve attraversare  la città di Ouaga dove risiede  Issa,  che approfitta del transito  per un abbraccio alla moglie e  un bacio alla loro creatura che, non appena  ci vede,  scoppia in un pianto fragoroso:  “ le blac” di solito fanno  questo effetto  ai  bimbi !

A  nord della capitale si estende, costeggiato da una strada  (che corre in un’ area curata  e ricca di  verde)  un enorme barrage,  quasi un piccolo mare.   Qui  si coltivano orti rigogliosi e vivai  che ospitano una varietà di piantine che, messe a dimora,   produrranno  frutta oppure regaleranno  fresca ombra nei cortili delle case.  Questo ambiente, così unico, trasmette la sensazione di essere   su di  un’ isola tropicale  protetta da una bolla magica che difende da smog e  polvere il piccolo paradiso terrestre.

Fuori città proseguiamo su  un nastro di asfalto confortevole che  corre in una  zona secca e deserta per arrivare,  verso  mezzogiorno, in prossimità di Zignarè.   

Seguiamo l’ indicazione del parco svoltando  in un sentiero sterrato dove l’ ambiente circostante  ci fa immediatamente intuire di essere ahimè  capitati …. male!

Il punto di accoglienza è uno sgangherato bancone con tre ceffi dall’ aria sfaccendata che pigramente ci accolgono incassando il dovuto.  Uno di loro sarà  la guida  alla quale faccio alcune domande sperando di ottenere rassicurazioni  per sconfessare le prime negative impressioni, ma ……  dopo un po’ di cammino appare evidente che il parco non è altro che uno squallidissimo  e anacronistico zoo.

Una considerazione  “politica” mi balza alla mente e deduco che l’ attuale  Presidente  del Burkina, noto per non preoccuparsi  molto del suo popolo,  non può certo riservare attenzioni migliori agli animali  segregati  nel suo parco.  Magari, forse  perché  attrazione  turistica,  li tratta un po’ meglio dei carcerati di  M.A.C.O. ?

La visita si trascina in un tour di un’ oretta dove  di  animali liberi  vediamo  solo gli  avvoltoi che  svolazzano, con un ampio dispiegare di ali,  sulle nostre teste:  magari giudicandoci un po’  “carogne”  per  essere venuti a visitare i loro simili  prigionieri senza libertà !

La fatica di questa mattina e la delusione del  safari  si ripercuotono sul fisico e sul morale  dei gitanti.  Ma a tutto, quasi sempre c’è rimedio:  siamo nella patria di  “il n y a pas des problemes”  e così ci regaliamo  un delizioso pranzo nel  “Jarden” più apprezzato di Ouaga:  quello frequentato dai bianchi, quello che fa la  buona  pizza  all’ italiana! 

Il ristorante è curato. Nel giardino sotto le  pergole e gli ombrelloni numerosi  tavoli, con bianche tovaglie,  attendono i commensali.   Entriamo  primi clienti  ed al gentil cameriere, che ci fa accomodare, ordiniamo una urgente fornitura di brakina:  siamo in riserva,  l’ ultimo bicchiere  è della sera prima !  

Scegliamo, visto il ricco assortimento,   menu differenti;  per me ordino  una  brocette  che arriverà cotta  “au point”  morbida,  gustosa e accompagnata da verdure grigliate;  Issa mi informa  che la preparano  con carne  allevata dai pastori poel nella  zona di Gorom Gorom.  Questo mi  rallegra e mi intriga perché quel luogo,  lontano e  al confine del deserto,  mi è rimasto nel cuore.

Intanto il locale si sta affollando ed  entrano numerosi i bianchi.  Chissà  perché qui nessun bianco saluta un altro bianco ?    Che l’ Africa ci renda invisibili ?

Li osservo e cerco di intuire da quale paese provengano,  quale possa essere il loro ruolo in Burkina:  insomma,  mi diverto a studiarli.

Alcuni hanno abiti eleganti, entrano con aria  di sufficienza e  “se la tirano“ :   “BONA PARTE”   provengono dalla Francia  e   lavorano per conto di Organismi Internazionali.   Altri sono famiglie,  di solito  lui bianco e lei nera o  viceversa.  Sicuramente hanno un ruolo  di prestigio nella società  burkinabè,  non hanno problemi economici e per distinguersi  pranzano al ristorante.

In questo piccolo universo d’ elite spiccano, meno numerosi  ma altrettanto  curiosi,  altri due generi di umanità:

-          maschi,  in fuga da un altro mondo,  che vestono abiti giovanili  e per cercare di fermare l’ avanzare dell’ età anagrafica portano zazzere tinte nero corvino e  si   accompagnano a belle ragazze di pelle nera, giovani ed appariscenti;

-          ragazzi  vistosi  per la loro acconciatura  (voluminosi rasta)  che  girovagano il  Burkina  interessandosi di musica e  danza tradizionale.  Sono ragazzi  rimasti sognatori,  un po’  figli dei fiori, d’ ispirazione afro e che  non disdegno lo spinello  (qui si compra  a buon mercato !).

Anche noi magari siamo  oggetto di curiosità:  qualcuno si porrà le stesse mie domande, ma l’ importante é non farsi scoprire !

Chiudiamo il nostro pranzo con una coppa gelato davvero coreografica,  pagando alla fine  una  addition  “mignon”.

Prima di metterci subito in movimento chiediamo ad Issa di trovare un posto all’ ombra per un breve pisolino  “digestivo”.

Poi,  essendo in prossimità del grande mercato coperto di Ouaga,   lo visitiamo.

E’ un grande bazar costruito su due piani  dove si  vende un mare di cianfrusaglie. 

Il secondo piano  è  invece riservato al commercio dell’ artigianato.  Saliamo, e, dopo  

l’ ultimo scalino, veniamo letteralmente accerchiati quale  “preda”  dai venditori che ci trasportano  verso le loro “boutiques”  usando un’ insistenza,   che per alcuni di noi è fastidiosa mentre per me è quasi  divertente.  Come è altrettanto divertente  negoziare, trattare, abbattere il prezzo che di solito sarà la metà di quello iniziale.

Ho letto,  su qualche guida,  che il mercato di Koudougou  è considerato più bello di quello della capitale e  constato l’ esattezza della notizia.  Il mercato di  Koudougou è

un’ architettura accogliente   fatta di mattoni e  slanciate volte a vela. Lo si visita  passeggiando  tranquillamente   fra i suoi  mille odori,  mille colori e mille venditori che con gentilezza  offrono  quanto hanno  da vendere.

Venerdì 11 gennaio

Oggi  è il giorno della  preghiera comunitaria  che i Mussulmani,  rivolgendosi  verso il  sorgere del sole, elevano a Dio.

Appena la luce del venerdì  inizia  a scacciare il buio della notte, Draman ed io, in motorino,  raggiungiamo la collinetta di terra rossa, appena fuori città,  per goderci il  levar del sole.

L’ aria  è  freschissima quando il primo  pallido sole prende  forma spuntando dietro un boschetto di eucalipti.   Con rapidità il colore si ravviva per diventare poi fuoco accecante che scalderà il giorno.

La collinetta  è poco più di un mucchietto di terra,  ma ha un fascino particolare dato  dal colore  rosso vivo,  che la rende  un paesaggio che potrebbe appartenere ad un altro pianeta.   Un cono appuntito  e  due massi sovrapposti,  inclinati  e solitari,  si elevano  sulla  sommità come opere d’ arte lasciate lì  da uno scultore anonimo.

In realtà, questo luogo  ha assunto casualmente questa sembianza extra-terrestre ed é nient’ altro che quel che resta di una cava sfruttata per fabbricare i mattoni  del  nuovo mercato di Koudougou.

Casualmente il saccheggio ambientale ha lasciato un habitat  grazioso, tant’ è che si presta egregiamente per fotografie suggestive (quasi una scenografia naturale per ritrarre chissà quale  fotomodella).   Non mi lascio scappare l’ intuizione e chiedo a Draman di una parente di Abiba che ricordo carina.  Il fedele Draman, di buona memoria,  mi assicura di parlare con Tamara che, nella luce soft della sera, sarà vittima dei miei scatti.

Dopo aver ripreso l’ alba africana,  prima di rientrare passiamo a casa di  Brema,  per vedere, con lui,  il pezzo di terra che Chef Kaborè, sceso da Tiebò, sta trattando per Salif.  La casa di Brema è in una zona periferica molto tranquilla  dove la città  lentamente si espande.  Le strade di questo quartiere sono  parecchio dissestate ed anche  pericolose per i numerosi pozzi d’ acqua  (costruiti quando qui era campagna),   rimasti però ora abbandonati   e senza la minima protezione,  come bocche aperte per inghiottire il passante ignaro.

Nessuno si cura di queste trappole mortali, e i  bambini giocano e corrono tranquillamente in strada,  mentre  biciclette,  motorini e auto girano intorno ai pozzi  quasi fossero  rotonde per regolare il traffico. Penso alle normative sulla sicurezza applicate a casa nostra, all’ apprensione delle  mamme made in Italy .

Laboratori artigianali  en plain air  sono in ogni angolo:  all’ ombra di verdi  manghi  le donne fabbricano, con piccoli telai, panni multicolori.  Incuriosisce vedere  come il filo è sistemato per la tessitura.   Dipanate  le   matasse,  di colori assortiti, il filo viene disteso, per una  lunghezza di diversi metri, creando un effetto simile ad un rivolo di acqua che corre in strada per essere poi catturato  da abili mani.  Da quel paziente  lavoro, (quasi

un’ arte  antica),   si ricavano tessuti che  le donne portano  avvolti a vita come abito tradizionale.  Le tessitrici sono felici di essere apprezzate e si lasciano fotografare  sorridendo con ingenuo stupore  nel vedere poi l’ immagine del loro volto sul display.

Rientrati,  troviamo,  come sempre, la casa assediata da  frotte di ragazzini che, ininterrottamente  da mattina a sera,  presidiano l’ abitazione.  

Le blanc sono una marmellata e loro  mosche golose che ne succhiano la bontà.  Ci accolgono festanti  saltellandoci incontro !    Mi fermo con loro,  seduto  sulla soglia di casa, raccontando che tra pochi giorni ci dovremo salutare:  intanto il più piccolino del gruppo, con un po’ di timidezza,  mi accarezza la pelle forse per scoprire di quale materiale è fatto un bianco.   Odette  è dispiaciuta della nostra prossima  partenza ma,  la consolo assicurandole che  quando sarà buio,  le spiegherò un modo per poter restare “in contatto”  anche  se lontani.  Semplicemente dovrà osservare la stella Venere alla stessa ora in cui lo farò io in Italia.  Mi regala un sorriso di sollievo ! 

In attesa che giunga mezzogiorno passiamo il tempo camminando,  guardando la gente,

le loro abitudini ed il loro modo di lavorare.  Curiosa la scena di un bimbetto,  alto  un soldo di  cacio,  stracciato e sporco,  con  in spalla un paio di lunghe barre di ferro. Le sta trasportando  alla bottega del fabbro, dal quale sicuramente già lavora.   

Vedutolo,  l’ amico Matteo,  istintivamente,  si lancia  ad  impugnare  le sbarre per alleggerirlo del  peso.  Il ragazzino,  sentito il carico mancare,  aumenta  il passo per  paura di essere derubato,  ma,  compresa la gentilezza,  ringrazia  per l’ aiuto  con un sorriso !

Scoccano le tredici e  l’ aria è come il calore di un  phon .   

Alla Moschea  arrivano i fedeli con il tappetino appoggiato sulla spalla: lo stendono  poi  a terra per inginocchiarsi, scalzi, in preghiera. 

Gli uomini pregano separati dalle donne che  partecipano in disparte e meno numerose alla breve funzione.  L’ Imam   rivolge invocazioni che giungono, amplificate da stonati altoparlanti,  anche all’ esterno dove  in modo corale si risponde.  La vita della città intorno al tempio si è fermata in un silenzio che quasi esige rispetto.

Mi piacerebbe entrare nella Moschea,  mi piacerebbe fotografare e con  discrezione rubo, per quel che mi è possibile,  qualche istantanea.   Incutono un po’ di  soggezione,  

i mussulmani,  e credo non amino gli  intrusi durante le  funzioni.   La cerimonia  ha per certi versi  una  somiglianza con le celebrazioni  da noi conosciute. 

Il messaggio del Profeta è un messaggio di pace ed in questa terra di  “uomini integri”  fortunatamente l’integralismo arabo è  forestiero.  Peccato che proprio dei  forestieri stiano  premendo a nord, al confine con il Mali,  per far entrare la pericolosa  zizzania.

Durante la Preghiera bisogna essere umili: se il cuore di un individuo si sottomette ad Allah, anche il suo corpo farà altrettanto; esso, in tal modo, non compierà più atti inutili» “

Raccolti i tappeti,  la piccola folla della Moschea si disperde in un  vociare che sale via via di tono: poi  la strada che riprende vita,  ne  inghiottirà il suono.

Restano a custodia del Tempio i mendicanti   accovacciati   in  un atteggiamento fisso e di  preghiera,  apparendo ai nostri occhi come pedine immobili di una scacchiera.

Trascorriamo il  pomeriggio a Willy  in compagnia dei ragazzi del villaggio  ai quali, per par condicio con Tiebò,  offriamo  una merenda  tutta  cioccolato. Regaliamo anche qui dei  palloni  che,  immediatamente presi a calci,  volano  in una nuvola  di bambini e polvere.  La palla non avrà di certo  lunga vita,  perché il gioco,  senza regole e senza confini,   prima o poi  la farà  rotolare  su  una spina, maledetta,  che ahimè  fatalmente la bucherà.  Non per questo verrà  buttata via  perché,  anche senza forma, continuerà a regalare  felicità.

Il villaggio di Willy è una piccola comunità di persone che vivono  in casette sparse  nella campagna:  capire quale possa essere il centro di questo villaggio è  impossibile.  Forse potrebbe essere, per una fantasiosa supposizione,   il luogo dove cresce il  mango sotto il quale, tante volte, ci siamo seduti:  sarà per questo che  proprio quel luogo è stato scelto per  dare vita ad una embrionale attività scolastica.

A fianco di questa “immaginabile”  piazza,   per dare il senso di un “immaginabile” centro urbano,  vive un nucleo di persone in un gruppo di case fatte   in mattoni di terra.

Il  sole che scende radente la sera dona un riflesso particolare ai  muri di queste abitazioni, apparendo di un tonalità che sfuma fra il rame ed il ferro arrugginito. 

Ci spiegano che il colore  deriva dall’ impasto fatto  di terra e sterco di animali,  usato come malta  da intonaco,  molto   resistente all’ erosione dell’ acqua.

Non avendo nessun odore sgradevole,  i muri si prestano come ottimo fondale per  un primo piano a Selena che allegramente,  “senza problemi”,  si presta a posare come fotomodella.  Grande!

La casa, che si affaccia su una immaginaria  piazza,  custodisce  la vita  delle  persone,  ma  poco distante,  in un cimitero sempre immaginario,  un paio di tombe custodiscono la vita che fu.

Sono curiose, fuori luogo e sproporzionate.   Rivestite di piastrelle bianche,  costruite a gradinate,  appaiono un’  ostentazione che cozza con la semplicità  che le circonda,   mentre architettonicamente  sono  un contrasto inguardabile. Per quale logica siano così quelle tombe non lo so davvero.  

Alcune pecore,  intanto,  si divertono  a salire  da un lato per scendere dall’ altro, per poi riprendere  immediatamente il giro.    Poi,  stanche della giostra,   si accovacciano sulla  sommità   per riposare al sole, e  sotto qualcun  altro  da tempo riposa in ombra.

L’ undici gennaio lo chiudiamo, rientrando da Willy,  con un po’ di cagnara  a  casa di Margherita.   Ritemprati con  Brakina e Castel (birra di qualità superiore) rincasiamo  per una  cena povera  (le provviste from Italy stanno esaurendosi)  ma  ricca di ospiti.

 

Sabato 12 gennaio

Siamo dai picchi rossi, sulla collinetta,  per condividere,  finalmente tutti  insieme,  lo spettacolo che apre la scena del  giorno e per raccogliere questa luce africana  in un ricordo che con un po’ di nostalgia  rispolvereremo tornati a casa.

Il “centro”  di questo giorno è l’ incontro con le donne, laggiù sulla via di Sabou, dove ci recheremo  per rinnovare  il  rituale di amicizia  che conferma  l’ affetto che ci lega a quelle donne,  semplici ed indifese,  costrette a scambiare  la loro sopravvivenza  con un   umile lavoro.   Questa situazione di povertà e di emarginazione  è vissuta in un paesaggio  molto bello. Un ampio boschetto di eucalipti  dona una gradazione di colore  delicata, (digradante  dal grigio tenue del tronco al verde intenso del fogliame)  che, come un mantello discreto,  protegge  dal sole la fatica delle donne.  Ogni tanto, e improvviso,  un soffio di harmattan scuote le foglie affusolate degli eucalipti ed il loro suono ritmico, come uno scaccia pensieri,  esorcizza la stanchezza e la rassegnazione.

 Distesi  sulla terra rossa,  coni di pietre, quale lavoro prodotto,  sono disposti con  geometria  regolare  apparendo  quasi il  decoro di un immaginario  tappeto steso per abbellire l’ ambiente. 

Arriviamo al luogo di incontro sorpresi di vedere così tante  donne ad attenderci.  

“Ci spiazza”   questa folla  che, in processione, cantando e battendo le mani,  ci viene  incontro fino ad inglobarci  per farci  diventare un tutt’uno  multicolore.  Il nostro gesto di saluto è  segno  prezioso per questa comunità che si sente riscattata  da una stima che  nessuno a loro mai aveva dato.

Queste lavoratrici sono vedove che vivono in condizioni molto misere e  per questo si sono  organizzate in  Associazione come forma di sostegno mutualistico.

Ci fa gli onori di casa la Presidente.   Donna combattiva, energica e decisa.  Nel  saluto che ci rivolge  esprime  il disagio e le problematiche  della loro condizione.   I suoi occhi sono  perle vive. Rafforza il discorso muovendo le  mani con gesti  netti,  quasi  come

un’ arma  brandita contro un nemico  di nome Ingiustizia. Che donna !

Dal lungo discorso apprendiamo che  questo  lavoro sta esaurendosi,  perché  nei dintorni ormai a fatica  si trovano  nuovi massi da estrarre.

Mentre queste  parole corrono,  Selena e Stefano corrono a  Koudougou per acquistare del pane bianco  che daremo a queste donne coraggiose come piccolo regalo insieme a un gruzzoletto di franchi, preziosi   per rimpolpare il tesoretto dell’ Associazione.

Con stupore rivedo e riconosco la ragazza alla quale,  l’ anno precedente, avevo regalato il mio cappellino …. E’ molto bella, ed ha uno sguardo  fiero. L’ avvicino per  capire se si ricorda di me, ma non ottengo conferma,  temo abbia difficoltà a comprendere il francese;  domando allora informazioni  di lei alla Presidente senza immaginare di rivolgermi proprio alla madre:  è sua figlia, di 17 anni, con un bambino ed in più vedova ……….. terribile ! 

Apprezziamo la dignità di queste donne che è tanto grande quanto è potente la loro forza nel resistere a simili tribolazioni !

Il pomeriggio trascorre lentamente e senza grandi cose fatte:  scivoliamo  in una cena, come al solito, affollata.  Anche se le italo-riserve alimentari sono  ormai esaurite  improvvisiamo  un menu  con al centro una grande pasta, fatta di spaghetti che, simili a fili,  ci uniscono tutti.  L’ allegria è la buona compagna che, se nutrita con  brakina,  diventa  migliore.

 

   

Domenica  13 gennaio

Il pollo è stato  un animale da sempre  libero.  Nelle aie delle cascine  di casa nostra,  comunità di  pennuti  hanno, da sempre,  razzolato e  cercato  cibo in giro per la campagna.   Al calar della sera a frotte  tornavano  al  pollaio:  non credo che le massaie,  dedite alla loro custodia,   ogni giorno facessero   la conta dei polli ……  un semplice colpo d’ occhio bastava  per stimarne  il numero.  Ora la situazione  è cambiata e

l’ allevamento si gestisce in ambienti chiusi,  con programmi di alimentazione controllati. Non si ha più memoria di  liti  fra vicini  di casa per  una gallina che ha razzolato nella proprietà altrui,  ed anche i  ladri  di  polli  hanno cambiato occupazione  (considerazione  adatta ad un periodo  ante crisi economica ….!).

In Burkina un pollo è un pollo,  è importante, e  ha valore.   Infatti se qualcuno si azzarda a rubarne uno ed è scoperto,  da quell’ attimo  la sua vita può anche  valere  meno del    pollo stesso. 

La giustizia in Burkina è amministrata da autorità competenti,  ma  talvolta può accadere che  la gente ricorra a  metodi più sbrigativi.

Questa  domenica africana  cade il giorno 13,  numero che i superstiziosi considerano portatore di fortuna, e la fortuna,  quando passa,   bisogna acchiapparla, altrimenti .....!!!

Brema questa mattina arriva di gran fretta  in motorino  a casa nostra ed è  vestito di tutto punto, ostenta un cellulare (che amplifica un’ orribile musica  afro) ed un paio di  rayban taroccati,  tanto per far capire che, lui, si è fatto i soldi in Europa.  In realtà,  ai nostri occhi,  appare  un semplice   “tamarro”.    E’ molto  agitato,  c’è qualcosa che non va. Con difficoltà capisco dal suo afro-francese   che da qualche parte  hanno acciuffato  un ladro e  vuole condurmi a vedere quel che sta accadendo. 

Da buon curioso non mi faccio pregare.  Salto in sella al motorino e partiamo sparati  zigzagando fra  buche,  pedoni e  auto: devo stare attento a non essere disarcionato.   Arriviamo così davanti alla farmacia:  in strada  è radunata  una  folla  che cresce via via  di numero  bloccando  il traffico.   C’è fermento,  è qualcosa  di importante,  e  Brema, con decisione  e senza esitazione, si fionda con il motorino nel cuore  della “faccenda”.

Un ragazzo dal volto terrorizzato,  impietrito e con le mani legate da un fil di ferro dietro la schiena è bloccato sul ciglio della strada con appesi al  collo alcuni polli,  altrettanto terrorizzati.   E’ accerchiato dalla gente che, concitata,  sbraita mentre un uomo,  seduto su una carrozzella, sostiene di essere stato derubato e rivendica giustizia.

La confusione è tanta  e la storia   non pare  destinata  ad un  lieto fine sicuramente !

Brema  mi invita ad intervenire perché io, uomo bianco,  posso liberare il ragazzo. 

Non capisco bene quali rischi sto correndo  ma   slego le sue mani e  Brema,  tolti i polli dal collo del prigioniero,  li riconsegna al derubato, quale segno di restituzione invitandomi ad intervenire ancora affinché l’ uomo in carrozzella  perdoni il ladro e  (Dieu merci) lui accetta.!  

Brema  sollecita, con vigore,  il ragazzo ad  andarsene  immediatamente  prima che si scateni qualche reazione pericolosa,  ma lui, terrorizzato,  non  riesce a muoversi:   non resta allora che farlo salire velocemente sul  motorino per condurlo lontano e al sicuro.

Io rimango lì , solo,  in mezzo alla folla che continua a fare commenti che non comprendo, ma dove il nome “blanc” e “nasara” sono un  intercalare  frequente ! 

Resto  in disparte, con la speranza che la mia corazza bianca  mi difenda da un linciaggio,  perché  l’ intervento non è stato gradito a furor di popolo.  Intanto un uomo che ha pietà di me mi viene accanto, mi parla e questo mi rassicura,   cerca di  spiegarmi  della gravità del  furto e della sua convinzione  che chi ruba, anche se perdonato,  tornerà a rubare: intanto,  Dieu merci,  Brema ritorna !

Mentre rientriamo non mi tolgo  dalla mente il vissuto, l’ intervento è  stato

provvidenziale  per la vita del ragazzo (perché qui non si scherza) e intanto fatico a spiegarmi  perché  Brema mi abbia  portato in quel posto, per quale motivo, perché un motivo,  bene o male,  c’è sempre. 

Voglio comunque incontrare di nuovo  quel ragazzo ed anche l’ uomo in carrozzella che ha accettato di perdonare:  ottengo l’ assicurazione che nel pomeriggio potrò vederli.

Il resto di questa mattinata da brivido lo trascorriamo con  Margherita  che, per aumentare la sua “popolarità”,  ci accompagnerà  alla Funzione  domenicale nella Chiesa da lei frequentata.   L’ edificio è poco lontano dalla sua abitazione, in   un capannone  adibito a luogo di culto. Un gran numero di fedeli, vestiti di tutto punto con colori sgargianti, sono radunati fuori in attesa del nostro arrivo.  Scendiamo dal furgone e siamo accolti quasi fossimo delle  Rock-star,   mentre  Margherita sbraitante ed eccitata invita la gente a prendere posto  in Chiesa.

Appena entrati, capiamo immediatamente di essere stati “intrappolati”  e che la cosa  “andrà per le lunghe” ; intanto ci viene assegnato il  posto d’ onore  in prima fila ma, nel rispetto della separazione  fra uomini e donne,  Selena  si ritrova   isolata nel reparto femminile.

Il predicatore  è  in  alto,  di fronte all’ Assemblea per guidarla;  ai suoi lati  sono appollaiate due orchestre,  stile  beat,   che si alternano  per  sostenere i cantori che animano la Funzione.

Il suono della batteria, della tastiera,  della chitarra e le voci passano attraverso

un’ amplificazione  di scarsa qualità  che riproduce,  in modo distorto,  i canti che tuttavia sono davvero allegri e trascinanti.  La partecipazione è attiva ed organizzata infatti,  a  turno, ogni settore ha spazio per esprimersi.   Quasi come un’ esibizione canora cantano  i giovani,  i bambini, le donne, gli adulti ed  in questo susseguirsi  si fa apprezzare  un ragazzo, che, da solo e con un semplice Kajon  (incrocio fra una piccola cassa ed una batteria),  con energia e tempismo straordinario produce un ritmo che diventa quasi musica . Davvero eccezionale!

Guardiamo sovente l’ orologio,  pare  di essere lì da tanto tempo,  cerchiamo un via di uscita, ma  invano.   Il mio vicino,  che sa “come funziona la faccenda”,  continua a rassicurami che arriverà presto il momento dei saluti.   Selena    lancia occhiate interrogative,  quasi di disperazione,  ma bisogna pazientare fino a  quando il Pastore avrà terminato la sua predica rinvigorita  da ripetute energiche acclamazioni.   Finalmente veniamo  invitati sul palco per la presentazione!   Tesse le nostre lodi Margherita,  con passione e grandi giri di parole,  dette in morè, parole che ci vengono restituite tradotte  in francese.  Ovviamente  è  impossibile non   replicare  e, senza  il  tempo di organizzare mentalmente un discorso,  mi trovo con il microfono fra le mani  di fronte  ad una quantità di volti e occhi sgranati che attendono: una doverosa risposta.  Essendo in una delle tante case di Dio mi affido a Lui per avere la capacità di esporre  quattro confuse idee trasportate in simultanea dall’ italiano ad  un francese il più possibile comprensibile.  

“Va alla grande” :  riesco  perfino a fare una battuta che fa sorridere tutti quanti. Voilà,  e Dieu merci, siamo liberi e possiamo andarcene.

Usciamo liberati e con passo rapido, quasi fuggissimo, raggiungiamo Issa che ci ha attesi fuori.  Prima di partire ho dovuto giocarmi un   “ bonus  provvidenza “ .  Una panca, rotta,  abbandonata sul marciapiedi   piena di chiodi acuti  si offre d’ appoggio alla mia scarpa che viene trafitta da parte a parte, ma … dato che appena qualche ora prima avevo fatto una buona azione, (con il ragazzo del pollo), ho potuto beneficiare di una speciale “protezione  celeste”  che ha guidato  il  chiodo tanto da farlo passare, con precisione millimetrica,  fra le dita del piede,  senza ferirmi.

Prima di pranzo assistiamo anche  ad un “enterrement” nel piccolo cimitero vicino casa.  E’ una donna  anziana a cui viene dato eterno riposo con una rito molto simile a quello che conosciamo.

Il resto della giornata scorre pigramente e nel caldo pomeriggio viene a trovarmi l’ uomo in carrozzella, il derubato,  che ancora ringrazio e omaggio con un qualche  “cadeaux”, sperando che non abbia ripensamenti sul perdono concesso.

Poco dopo Brema accompagna il fratello del “ladro” che è sparito e non si trova … spero sia perché terrorizzato. Mi faccio assicurare che non sarà oggetto di vendette.

Mi auguro sia tutto  vero !  Qui la verità è sovente nebulosa.

Il resto del pomeriggio lo trascorriamo andando a  Tiebò  per   salutare,  poiché il giorno della partenza è ormai   prossimo.

Lunedì  14 gennaio

Questo è l’ ultimo giorno che depenniamo dal calendario del viaggio,  perché  a notte fonda  rientreremo  in  Italia.   Sarà una  lunga emozionante maratona.

Fuori casa l’ assedio dei bambini è serrato ed  il portone,  fin dal primo mattino,  è custodito dalle  piccole guardie che mendicano  la loro ultima  “paga” :   un po’ di pane, un pallone, dei bon bon…….

Oggi più che preparare le valigie siamo impegnati a svuotarle, tutto quanto  possibile sarà regalato, e tutto quanto acquistato dovrà essere accuratamente imballato per non essere danneggiato nel trasporto.

Dopo la colazione per l’ ultima volta ci rechiamo al mercato per acquistare ancora oggetti  di artigianato.  Dal bazar di  Aziz si trova di tutto e di più,  seppur  sepolto da uno strato di polvere, quasi antica:  dalle collanine variopinte  ai  batik di ogni dimensione,  dai  panni tessuti a mano e  decorati con disegni raffiguranti  scene  di vita africana, al legno lavorato dagli artigiani per ricavare maschere, statue, sgabelli intarsiati e strumenti musicali.  Qui tutto parla di Africa autentica.  Aziz è  magro e alto di statura  con un volto che, quando sorride,  evidenzia  le rughe che segnano la sua pelle nera.  E’  un tipo sveglio,  un commerciante che sa fare bene il suo mestiere.  Conduce la trattativa  in modo simpatico, scherza con il cliente e diventa inflessibile appena il prezzo diventa  “bon prix”.

Usciamo dal  bazar ognuno con  il proprio bottino di souvenirs,  tutti quanti avremo voluto comprare molte cose in più, ma vogliamo anche accontentare l’ amico del mercato coperto,  al quale abbiamo promesso che avremo  acquistato da lui  prima di partire:  parola data  deve essere  mantenuta !

Sono i nostri ultimi  acquisti e per l’ amico è l’ ultima occasione per  spillarci dei soldi, così combattiamo una battaglia commerciale  davvero coreografica, in un tiramolla portato all’ estremo:  naturalmente ci lasciamo in armonia con strette di mano vigorose e  l’ arrivederci alla prochaine fois !

Rientrati a casa viviamo l’ emozione dei saluti. Ci dobbiamo congedare da chi ha vissuto in  nostra compagnia questa splendida parentesi, ed allora,  come sempre,  posiamo per le foto di gruppo.

Selena oltre ai souvenirs  vorrebbe  portarsi  a casa anche  Willy perché ha una predilezione  per lui: l’ hanno  conquistata la sua gentilezza,  la sua bontà  e la sua discrezione.  E’ un ragazzo aperto,  desideroso di conoscere e  ama apprendere l’ italiano per aggiungere  nuove parole  al suo vocabolario e  poi  abbozzare piccole frasi.

Con lui abbiamo condiviso il  soggiorno e in ogni nostra  “gita”  e è stato un compagno che ha saputo farsi apprezzare.

La nostra partenza restituirà  calma  alla casa che tornerà a vivere il suo ritmo di sempre.

I  personaggi che le hanno gravitato intorno  in questi giorni, non verranno più,  e sicuramente ricorderanno con  un po’ di nostalgia  queste persone strane che sono  le blancs.

Issa ha spolverato il pulmino dove sistemiamo  i bagagli e …….  le persone, per raggiungere  Ouaga,  dove un aereo ci trasporterà   da un luogo caldo al freddo inverno di casa nostra.

Grazie agli splendidi compagni di avventura:

SELENA:       per l’ immediatezza, la spontaneità, l’ entusiasmo dei suoi anni  e la grande capacità di adattarsi.   Qualità da far fruttare:  obiettivo fotomodella.

MATTEO:      uomo di collina e di antiche origini ungheresi,  che ha masticato a volte con

fatica la polvere rossa,  combattuto fra il ruolo di spettatore e quello di attore,  ma sempre un amico generoso.

LILLO:           la  taglia XXL  produce effetto di solidità, contrappeso utile per equilibrare pericolosi  eccessi di  istintiva generosità.

FRANCO:      potenziale “papà adottivo”  di  bambini burkinabé,  tenerone,  generoso,  ama elargire.   Vive  un  personale  isolamento musicale  Vasco - auricolare.

STEFANO:     “africano ricoperto di bianco”  che assume  sfumature  terrorizzate  solo quando deve affrontare il volo verso  la sua seconda patria.  Entusiasta del Burkina e dei burkinabé.

L’ AFRICA E’ COME  IL CAFFE’ AMARO:

 

all’ inizio si  fatica a credere che senza zucchero il caffè sia migliore,

ma, poi ….  chi prova non cambia più.

Così  è  l’ Africa !

beppe ghiglione

                                                                                                                                      

                                                                                                                                              (gennaio 2013)