Brakina e Tonic Ridurre

Ci sono coloro che guardano le cose come sono e si chiedono perché.

                       Io  sogno le cose che non sono mai state e mi chiedo perché no !

                                                                                                      (Robert Kennedy)

BURKINA   BRAKINA   TONIC ……….. perchè no ?

La gente del villaggio sa che quest’ anno a Tiebò arriveranno di nuovo  “ les  blanches ”  e questa volta  saranno addirittura in  8   per l’ inaugurazione del batiment che sorge imponente di fianco alla piccola scuola.

Le motivazioni  che spingono  ” les blanches  “  del gruppo ad andare in Burkina sono davvero differenti,  ognuno ha  proprie ragioni e proprie  attese:   chi è veterano e, con  esperienza,  parte per respirare un boccata

di quell’ Africa già vista e apparentemente sempre uguale  che però,  ad ogni ritorno,  propone sfumature nuove  e magari sfuggite nei viaggi precedenti.

I  “ giovani del gruppo “ con la loro effervescenza  sono spinti da  grande curiosità e fresco entusiasmo.  Hanno voglia di fare e  di scoprire cos’è davvero quel pezzo di Africa che conoscono solo per aver ascoltato  i racconti di chi  è venuto via di laggiù  per cercare fortuna in Europa.

E  c’ è  chi  parte con il bagaglio più pesante,  portandosi,  oltre al necessario,  sentimenti  di sofferenza  ormai da troppo tempo inchiodati nell’ anima, con la speranza di trovare in quel villaggio  una fetta di pace, toccando  con mano  la solidarietà donata  ai ragazzi di quella piccola scuola:  apparentemente un edificio statico,  in realtà invece “ vivo “  più che mai,  tanto da avere quasi  un’ anima ed un nome.

E poi ancora  c’e’  chi nella valigia ha portato la  fantasia della propria professione  per  metterla a servizio del Progetto:   ravvivare le  pareti della mensa con pennellate,  sfumature e colori,  carichi di generosa ed  allegra amicizia .

Così Franco, Aldo, Stefano, Alessandra, Cristina, Aldo, Lillo, Idrissa e Beppe,  il  4 gennaio  hanno  attraversato  quel tratto di cielo che separa  Fossano dal  minuscolo villaggio di Tiebò  per trovarsi  accolti dal caldo abbraccio del Burkina  e dal sorriso della sua gente.

        

Il soggiorno sarà di 10 giorni da vivere intensamente.

Quest’ anno la partenza  per me è problematica:  l’ infortunio alla mano  rischia di compromettere il viaggio,  sono combattuto, non so come fare,  trovo medici ed amici che mi  incoraggiano ma giustamente c’ è anche chi,  per equilibrata  prudenza,  mi suggerisce di  stare a casa tranquillo e non rischiare  l’esito buono dell’ operazione.  Ancora il 3 (gennaio) mattino  vado in ospedale,  dove, dopo  la medicazione,  il medico  darà la sua sentenza:  in cuor mio spero nel via libera,

e Dieu merci sarà così.   Quattro cose essenziali in valigia e via !  Con un giro di telefonate confermo la mia presenza.    Non mancano le paure:  so che sarà più difficile convivere con il dolore,  che ogni tanto mi attanaglia la mano;  in quella terra lontana,  poi ,  dovrò difendermi dalla polvere per non rischiare infezioni:  le motivazioni però  superano i problemi e rinunciare sarebbe  quasi  “ tradire”  gli amici con i quali abbiamo progettato questa avventura  ed anche

deludere chi a Tiebò ha preparato la festa  e ci attende.  Fortunatamente a Nanoro in ospedale  c’è  l’ amico Gino e,  se necessario,   avrò il suo appoggio:   questo ovviamente  mi  rende più tranquillo.

E’ la prima esperienza di viaggio senza la mia Nikon:  niente foto,  non posso scattare!  Il sensore per imprimere le immagini più belle sarà  questa volta la mia memoria;  anche scrivere sarà un problema  ma,  seppur con molta  fatica,  con la mano sinistra appunterò  i momenti più vivi per non dimenticare.

L’ Africa è il luogo del  “ il  n’ ya pas de problèmes “,   ma questa volta per  gestire l’ arrivo di 9 persone   con 18 valigie  e    9  bagagli a mano per un  totale  di  500 kg circa ci sarà davvero  bisogno di  un afro- miracolo per farcela!

Ma essendo anche  il Dio della fede mussulmana  “grande” ,  ha fatto  sì che  Idrissa  abbia gestito in modo impeccabile la delicata situazione.

Dopo una lunga sosta a Niamey atterriamo  a Ouagadougou in modo  perfetto e degno della ormai collaudata e fidata  Royal Air Maroc.  Usciamo  dall’ aeroporto senza troppi problemi  anche  se,  pure questa volta,  riusciamo a dimenticare una valigia (fortunatamente poi  recuperata).

Incredibile ma  vero:  appena  fuori,  un petit- car con autista   puntuale ci attende:   l’ inizio è promettente. Mercanteggiamo il prezzo del mezzo - come è tradizione da queste parti-  e soddisfatti,  un po’ stanchi ma entusiasti,   usciamo da Ouaga per raggiungere Koudougou.

E’ mattino,  sorge il sole per illuminarci la strada:  quella palla di fuoco  in questi giorni segnerà il correre del tempo   che spaccherà  nel mezzo le 24 ore del giorno regalandoci equa proporzione tra  luce e buio.

Issa conduce con prudenza il petit- car stracolmo di valigie e persone.  Il paesaggio fuori Ouaga  in  questa stagione è bicolore,  con il giallo della campagna  secca  che contrasta con le verdi chiome  dei manghi.

Quadrati  color  smeraldo rompono la monotonia della savana:   là dove  si può attingere  l’ acqua  son coltivati  orti  rigogliosi di cipolle e fagiolini.

Ritroviamo a Koudougou  Idrissa , che ha fatto il viaggio  in bus: le valigie erano troppe per il petit- car!

Il  gruppo si divide,  Lillo  e Beppe a casa Kabore e gli altri al “ famoso ”  Chic Hotel,  in realtà  un semplice albergo  per niente chic !       Ci ritroviamo per il  pranzo  e intanto valutiamo  l’ eventualità di cambiare l’ hotel,  considerate le fatiscenti condizioni delle camere nonostante la costruzione sia recente.   Per puro spirito di adattamento,  si conviene infine di soprassedere all’ inconveniente.  Aggrediamo in modo famelico  le provviste portate dalla madre patria,  poi appena  un po’ di riposo perché la  voglia di andare a Tiebò  è troppa.

                 

Il gruppo è allegro  e sono molte le domande che gli amici rivolgono  ad  Idrissa,  mentre  si scherza cercando di ripetere,  con molta difficoltà,   il nome dei villaggi che incontriamo.    Saliamo lentamente   il sentiero sconnesso che  porta a   Tiebò  in un  coro di  bambini che  ci chiamano  “nasara nasara”,  e  salutiamo con cordialità   quanti  ci guardano passare e stupiti faticano a capire come mai tutti quei  bianchi proprio lì!

Giungiamo così  inaspettati alla scuola:  al nostro apparire tutti i ragazzi escono festanti  dalle aule circondando il petit- car.  Salutiamo  il Direttore, che rivediamo volentieri,  con una calorosa stretta di mano, quale conferma dell’  amicizia che lega l’ Associazione ed il villaggio.

Ci informa sull’ andamento della scuola e su come  procedono i preparativi per la festa, intanto il patriota  Cataldo chiede di poter  alzare  insieme alla bandiera burkinabe’  la tricolore.  Accettata con simpatia  la proposta,  il Direttore invita ad intonare ognuno  il proprio  inno nazionale e nostro malgrado tutti cantiamo solennemente.Il gruppo inizia ad ambientarsi  e  stringe le prime amicizie.Rientriamo verso casa lasciando le bandiere  che  danzano leggere  nel cielo di Tiebo  con   il  verde ed il rosso che le accomunano.

Il giorno dopo  l’ arrivo si entra  nel cuore dell’ esperienza con un inizio davvero  “trionfale” :

a  Tiebò  c’è grande fermento.   Sono le 10 del mattino,  l’ora che abbiamo fissato per essere  al villaggio per l’inaugurazione della mensa,  e  infatti già  in prossimità della scuola sentiamo  il ritmo dei tamburi a festa.  Sbucano  da ogni dove bambini sorridenti e curiosi, mentre le  donne del villaggio  ci vengono incontro cantando una ritornello di benvenuto.

Veniamo  inghiottiti  da questa  accoglienza   festosa,  trovandoci  avvolti in una nuvola di polvere alzata da centinaia di piedi che camminano al nostro fianco per accompagnarci a vedere la

“ novità ” :  e la novità è davvero imponente!

                                  

Quella costruzione colorata di giallo è  un pezzo importante che completa la struttura della scuola,  ed anche  una novità perché è la prima scuola di villaggio ad avere un ” locale coperto ”  per il pasto degli alunni.

Le autorità sono tutte presenti,   e  a noi viene dato il posto d’ onore per ascoltare i saluti ed i ringraziamenti espressi sia in francese che in dialetto  morè, perché   tutti devono comprendere tutto.   Idrissa tradurrà in simultanea il nostro “ parlare “ ,  che  la gente  chiede di poter anche capire bene.

Molto toccante  il rito di accoglienza che da inizio alla cerimonia:  due anziani del villaggio si siedono a terra  di fronte a  due ciotole che verranno riempite di acqua;  poi,  recitate le parole di benvenuto, quasi una preghiera,  si verserà l’ acqua per irrigare la terra …. come  segno  di fertilità e vita, simbolo dell’ amicizia feconda che lega noi  tutti.

         

Come per  ogni momento solenne,  il finale si consuma a tavola dove non manca la brakina per accompagnare quei poveri polli sacrificati al dio arrosto;   si pranza insieme alle autorità dentro un’ aula per l’ occasione adattata  a ristorante.   Fuori  centinaia di occhioni  ci guardano  e non è difficile immaginare quali siano i loro pensieri.  Proviamo un certo disagio, ma in cuor nostro abbiamo già  in mente un’ idea per farci perdonare  questa “ ingiusta ”  esclusione.

Sono diverse le strade che escono dalla  città di Koudougou,  ma due  in particolare le prediligo:   quella per Reò  e l’ ampia pista  rossa che si spinge fino a  SabouQq.

Così,  per conoscere un po’ i dintorni di Koudougou,  con il gruppo dei  “ blanches ”  percorriamo la strada di Sabou  per arrivare al  lago dei Kaimani sacri.   Appena fuori città costeggiano  la strada  una miriade di coni di pietre  bianche  e beige perfettamente allineati.   Sotto gli eucalipti  gruppetti di donne  lavorano,   spezzando,   con cilindri di ferro,  i sassi per ridurli in pezzi non più  grandi di una noce.

Come sempre   ci fermiamo  a salutare.  Le donne,  vedendoci arrivare,   pian piano si alzano  dai  posti in ombra per venire a parlare con noi e raccontarci le loro fatiche.  C’ è  una ragazza di vent’anni:   guardo le sue mani che lavorano e noto che le unghie hanno appena un po’ di smalto

rosso quasi per dare  un tocco di  femminilità:  ma sono mani  provate dall’ uso di quel cilindro di ferro  pesante.   Mi viene spontaneo immaginare come  sarebbe diverso  se  quei  vent’anni la ragazza li vivesse  “ in Europa ”  (come si dice in Africa),  mi fa tenerezza,  vorrei  avere qualcosa

di  grazioso da poterle regalare,  ma non ho altro che il cappello che le appoggio sul capo,  e lei,  abbassando gli occhi,  abbozza un sorriso di ringraziamento.

                                                                                  


Prima di arrivare al lago di Sabou  ci  fermiamo per  acquistare un paio di galline che serviranno come esca  per attirare a riva  i kaimani:  le  offriremo poi  in pasto al Kaimano  più anziano

(già un po’ rintronato) come ringraziamento per essersi fatto  fotografare con ognuno di noi.

Presso il  lago vive una comunità di ragazzi  con problemi di handicap:  fabbricano   oggetti di artigianato:  batik, statuette e collanine.  Prima di partire  ci accompagnano,   con una certa insistenza,  alle loro botteghe:  per accontentarli,   cerchiamo di comprare  un po’ da tutti quanti  i mille coloratissimi souvenirs.

Lo stesso giorno,   prima di cena,  vengo ufficialmente convocato per un confronto su  come organizzare al meglio i giorni che verranno:  mi troverò  “ spiazzato”  da opinioni diverse dalle mie.  I  giovani  manifestano il desiderio di passare più tempo alla scuola di Tiebò, essendo,  per loro,  questa  un’esperienza  da dedicare principalmente al volontariato piuttosto che al viaggiare.  Rimango un po’ sconcertato da tali affermazioni  in quanto la mia preoccupazione,  a monte del viaggio, era di cercare e proporre  itinerari da percorrere insieme per incontrare  la gente, scoprire  i loro modi di vivere ed i villaggi, impegnando il tempo  per conoscere, vedere ed amare  questo mondo tanto diverso.  Ovviamente essendo ospiti di un paese  dove  “ il n ya pas de problèmes  “   troviamo facilmente una soluzione:  una parte di noi rimarrà più tempo a Tiebò,  mentre Lillo ed io  cercheremo di sistemare un po’ di questioni dell’ Associazione rimaste in sospeso… e contatteremo un po’ di gente. Intanto decidiamo  di portare al villaggio  alcuni palloni da calcio in regalo ai ragazzi della Scuola, prima di organizzare  un  “ afro-nutella- party  ”  per

“  les eleves “.

I primi giorni vengono  trascorsi a Tiebò in un clima di entusiasmo e grande novità.  I nostri  “pittori senza frontiere”  lavorano  alacremente sollecitando la curiosità del villaggio che segue con attenzione ogni  pennellata.

I ragazzi della scuola sono festanti,  giocano insieme ad Alessia e Cristina  e qua e là si sentono cori intonatissimi  che cantano,  in  un italiano quasi perfetto,  la filastrocca di Fra Martino campanaro.

Anche i pittori sono contagiati  da questa effervescenza e  interrompono volentieri  il lavoro per una sfida a calcio:  noires  contro blanches:  il gioco  sa più di tafferuglio polveroso che di parti

a pallone.

“  Les eleves  “  conoscono orma a memoria i i nostri nomi che vengono urlati da ogni dove per salutarci:  è davvero una festa.  Grande lo stupore  dei ragazzi  quando,  allineati in una lunga

fila indiana (pur essendo in Africa), vengono loro distribuiti  250 generosi panini di nutella;  probabilmente   è la prima volta che assaporano quel gusto, qualcuno raccoglie addirittura una parte del panino in un pezzettino di carta, forse  per averne ancora domani o forse per condividere quella novità con qualcuno di casa.

   

Torniamo  la sera,  da Tiebò,  sul petit-car  e commentiamo  i momenti vissuti nella giornata,  soddisfatti, stanchi ed accaldati  e,  come premio,   ci regaliamo una sosta al Dancing - Bar di Imasgo per rinfrescarci con   brakina e  tonic,  fanta e cokà.

L’ ultimo tratto di strada prima di arrivare a Koudougou  lo percorriamo in compagnia di un sole africano che pian piano sfuma dal giallo oro  al rosso fuoco. Guardando lo spettacolo del  tramonto dal finestrino  del  petit-car si ha l’ impressione che il sole stia correndo al nostro fianco,  quasi in  gara con noi per  arrivare prima alla meta, anche se poi, dopo pochi momenti,  sparirà inabissandosi nella savana africana.

Issa,  incurante di tutto ciò,  guida con  un Mp3 incollato alle orecchie ascoltando  “ con volume a palla “  musica italiana (che dice sia bellissima) e  lo farà fino ad esaurimento batterie.

In  Africa si va ad  imparare  non a cambiare:  in questa terra,  generosa  ma difficile,  bisogna  camminare in punta di piedi  e osservare;  dare giudizi in confezione occidentale è un errore  maldestro.  I confronti servono unicamente per innalzare muri ciechi.

Chi entra in  un  paese deve  farlo con la discrezione dell’ ospite in atteggiamento positivo,  per   favorire al massimo  l’ incontro  fra modi di vivere e culture differenti dove nessuno deve soffocare l’ altro.

A Nanoro non si deve mai mancare:   si arriva passando oltre  Imasgo,  direzione  Ouayagouya,  poi   a destra per il grande barrage si raggiunge ( ben impolverati )  l’ ospedale San Camillo

dove c’ è  l’ amico Gino.

Appena giunti ci accolgono delle ragazze Toscane,  “ pardon,   dottoresse “ ,  lì per un periodo di cooperazione; subito  chiediamo di Capponi,  ed eccolo in lontananza camminare verso di noi,  un saluto cordiale  e immediatamente  gli  racconto  della mia  degenza all’  Ospedale di Saluzzo e della simpatia che raccoglievo quando parlavo del  viaggio in Burkina e di Nanoro  ( sperando  così di ottenere più facilmente l’ assenso  dei medici sempre un po’ scettici sulla mia partenza viste le condizioni fisiche ).

L’ Ospedale di Nanoro,  anche se sperduto in un  “ certo punto ”  del Burkina,  è attrezzatissimo e con personale di livello,  quindi no problemes:  così mi sento più sereno,  perchè  alcune volte,  quando il male è più insistente,  mi viene la tentazione di anticipare il ritorno.

Visitiamo alcuni reparti e Gino parla con orgoglio della struttura e del suo buon funzionamento, racconta delle tante situazioni che  ogni giorno devono  affrontare,  e della  gente che arriva da ogni dove per trovare sollievo e guarigione.  La sua ormai è una missione,  anche se  non nega che ogni tanto sente un po’ di nostalgia per  l’ Italia.

Si fa presto sera e con un abbraccio forte di amicizia ci salutiamo e salutiamo anche Gabriella  e Bruna di Savigliano  che come noi sono in Burkina  per seguire i  progetti della loro Associazione   “ Noi con voi “

E’ bello trovarsi ed abbracciarsi in Africa fra amici che condividono le stesse esperienze di solidarietà:  “ dà coraggio “ ,  tanto da farti  sentire più sicuro di essere  sulla buona strada.

Stessa esperienza di incontro la facciamo sulla strada di Tiebò  quando,  giunti in prossimità del villaggio, incrociamo un fuoristrada che proviene in senso contrario;  rallentiamo per  affiancarlo  per  un saluto formale  in francese a “ les  blanches “   che sono a bordo:  in realtà incontriamo dei toscani che,  come noi,  sono sulla strada dei loro progetti.   Essendo a due passi da  Tiebò li invitiamo per  vedere la mensa della scuola, ma  “ da  europei ”  non accettano  subito,  scusandosi perché in ritardo rispetto al  loro programma di viaggio. Insistiamo,  sostenendo che la parola “ ritardo “   in Africa è straniera, così finalmente ci seguono fino al villaggio,  dove  raccontiamo  le nostre  esperienze e  aspettative,  scambiandoci  infine i rispettivi  indirizzi,  con la promessa di rincontrarci appena tornati in Italia.

Questi incontri inaspettati e casuali   fra “ pazzi sognatori  ”   riempiono davvero il cuore di gioia.

Un’ aspetto che mi piace sempre cogliere è osservare come  la gente  vive ed esprime la propria  fede.

Il venerdì e la domenica sono i giorni   in cui si levano le   preghiere più solenni,  i momenti  in  cui,  vestita a festa,  la gente   va all’ incontro con Dio per affidare ed affidarsi.  Questo piccolo  mondo tollerante   prega comunque  ogni giorno e  in ogni dove, nei luoghi di lavoro,  per le strade e davanti alla Madonnina della Cattedrale,  dove  persone  in raccoglimento  sostano per chiedere

con fiducia,  o per ringraziare  di essere stati ascoltati.     Anch’io mi siedo in preghiera  davanti a quella immagine  perché anch’io ho da ringraziare,  e  nella mia mente passano  i momenti in cui una  “ Provvidenza speciale “  mi ha protetto.   In questi giorni poi,  con delicatezza  si esprime  attraverso le tante attenzioni che i compagni di viaggio usano nei miei confronti,  quando mi è più difficile fare da solo, supportandomi o forse “sopportandomi” ?

Un  “merci”   particolare è  per l’ amico Lillo,  per  il suo aiuto puntuale ………... e  per  avermi sempre allacciato le scarpe.

E  qualcuno viene esaudito  da quel Dio lassù in alto che  dona misericordia servendosi delle  mani degli uomini.  Così,  utilizzando un po’  della generosità di  “ Oltre la polvere ”,   abbiamo potuto esaudire il sogno di tre  amici costretti in  carrozzina per potersi spostare:

Salif  vive a Koudougo  e,  a causa della poliomielite,  le sue gambe sono rattrappite,  costringendolo a spostarsi unicamente con  una carrozzina ormai  troppo  stanca:  per  ciò

è da  tempo che   “ fila ”  Idrissa  affinchè parli con  gli amici “ nasara ”  del suo problema.

Stessa situazione a Tiebò:   Draman,  che vive al villaggio,  ha un triciclo ormai a pezzi  e anche lui  spera nell’ aiuto  compassione dei  “  nasara  ” .Contattiamo così un venditore,  al quale commissioniamo le due carrozzine  e concordiamo la riparazione di una delle vecchie in cambio dell’ altra:  potremo così  aiutare,  su segnalazione di Margherita,  anche una mamma in necessità.

Aminata vive a Willy,   nel villaggio dove andiamo  per verificare il buon utilizzo del mulino “ consegnato “  nel 2010.  Portiamo in dono all’ “ Associazione delle donne vedove “  qualche sacco di riso,  ma il regalo più grande è la carrozzina  per Aminata,  che finora non ha mai avuto la possibilità di potersi muovere se non trascinandosi a terra.

Ci stringiamo in cerchio sotto il grande  albero che ci accoglie per sottolineare   l’amicizia che  da anni ormai lega   “ Oltre la polvere ”  alla comunità di Willy.

Nel pomeriggio dello stesso giorno,   per non rimanere in ozio,  decidiamo di azzardare una visita a Purà.  Sappiamo che la distanza è circa 90 Km,  ma non conosciamo esattamente il tempo di percorrenza  ( considerando poi  che l’ ultimo tratto è sterrato) .   Con un po’ di incoscienza,  ma  fiduciosi nella buona sorte,  ci incamminiamo nel  primo pomeriggio.

Vogliamo arrivare laggiù perché  è stato chiesto ad  ” Oltre la polvere”  di sostenere un nuovo progetto:  l’ acquisto di una moto-pompa  per  irrigare gli orti.

L’ ottimismo è sicuramente una buona virtù,  ma in Africa è meglio se affiancato dalla prudenza,  così scopriamo che gli ultimi 30 km di pista sono un vero disastro!   Issa  dimostra di essere davvero un ottimo autista:   per evitare le buche guida a mo’  di serpente ……. anche se così

i kilometri quasi si raddoppiano.

Il paesaggio,  leggermente ondulato,   è interessante,  e tutt’ intorno si vede  molto bestiame.  Questa regione è  ricca di oro,  infatti  a Pura (in ogni dove)  gli abitanti  scavano  per cercare il prezioso metallo giallo.

Assetati e sconquassati dai sobbalzi del petit-car ci sediamo alla fine in un bar per dissetarci,  mentre cerchiamo  contatti  che possano  accompagnarci al luogo dove necessiterebbe la moto-pompa.  Chiediamo informazioni alla  gente che passa in strada  e così, parlando  -come sempre-   troviamo qualcuno che ha parenti   addirittura a  Fossano,  niente meno che la sorella di Idrissa

Sankara,  che chiamiamo prontamente al telefono  per stupirlo di questo casuale  incontro.

Ma il  villaggio di  Liman Ouego ,  che vogliamo raggiungere,  ci dicono sia abbastanza lontano;

l’ ultimo tratto di strada, poi,  per arrivare dove scorre il fiume,  è percorribile  solo a piedi:  rinunciamo allora, sebbene   a malincuore alla meta.    Al tempo del vecchio Presidente, grazie al fiume,   si era sviluppata un’ agricoltura molto produttiva:   dopo la  morte di Sankara,  mancando  il sostegno economico,   il progetto è naufragato, anche a causa dell’ apertura di una miniera

d’ oro che ha abbassato il livello delle falde acquifere  rendendo difficile  l’ irrigazione dei campi.   Ora però i giovani del villaggio vogliono   far rifiorire quella terra e così,  tramite l’ amico Moktar,  che proviene dal villaggio di Liman Ouego e ora  vive  a Fossano,  si sono rivolti ad

“ Oltre la polvere ”  per chiedere  in dono l’ indispensabile moto-pompa necessaria per prelevare l’ acqua dal fiume.

Costretti  a rinunciare al sopralluogo,  ci accontentiamo di fare due passi in Purà ed incuriositi ci fermiamo presso  una casa, da cui  proviene un rumore assordante, per vedere il lavoro dei cercatori di oro i quali facendo girare, con un motore, un cilindro di ferro,  frantumano   la roccia fino a ridurla in polvere. Manualmente poi gli uomini,  bagnandola e  rimestandola  con le mani, la passano in un setaccio….. nella speranza di recuperare qualche briciola di quel “ maledetto ”  metallo tanto cercato!   Mentre osserviamo curiosi la lavorazione,  al bordo della strada si ferma

un’ auto e,  con  fare quasi  intimidatorio,  vengono   verso  di noi due  africani ed un bianco dando l’ impressione di essere infastiditi dalla nostra presenza.  Si presentano come  commercianti  che,  di casa in  casa,   passano ad acquistare l’ oro.  Il bianco è un  palermitano,  mentre i due soci in affari,  “ guarda  caso ! “,   conoscono il nostro amico Idrissa.    Pare abbiano lavorato insieme,  a Foggia,  parecchi anni or sono, nella raccolta dei pomodori,  e,  tanto per aggiungere la ciliegina sulla torta,  uno dei due vive in Italia a Chiusa Pesio !

Il  Burkina è così:  “ una terra di incontri “.

Torniamo  a Koudougou con il sole che sfuma alle nostre spalle,  rassegnati ormai  ad arrivare di notte,  a  buio pesto.

Per abbreviare il percorso,   imbocchiamo  la strada sterrata che da Goden porta a Koudougou,   non immaginando che  quella linea retta vista sulla cartina proponesse tante deviazioni,  costringendoci a scelte spesso dettate più dalla fortuna che altro.  Fermandoci  per capire la direzione,   nel silenzio del buio totale,  ammiriamo  il cielo, da noi inquinato dalle troppe luci delle città, che qui invece regala tutta la  sua potenza  provando la sensazione  di trovarsi dentro e quasi  parte della  cupola stellata.   E poi,  meraviglia: pur essendo chissà dove e sperduti  “ ad un certo punto del Burkina ”,   dopo pochi istanti spunta ( dal buio più totale ),   gente incuriosita che viene a salutarci  e a confermarci che,   “ Dieu merci “ , siamo nella giusta direzione.

E  la direzione la dà anche il tempo che passa,  indicando  impietoso che quella parentesi di dieci giorni sta scadendo e si dovrà  andare a Ouaga all’ aeroporto , si dovrà  tornare in Europa,  in quell’ Europa dove tutti, come sempre,  sognano e ti dicono di voler andare.

Prima di lasciare Koudougou,  la casa di Idrissa, la  gente che tutti i giorni è venuta  a trovarci, facciamo ancora un  giro  al mercato locale per passeggiare un po’ in mezzo alle bancarelle :  festa di colori, di odori, di voci e di musica che esce distorta dalle radio a tutto volume.     Attratte dalle botteghe delle “ pettinatrici ”  Alessandra e Cristina  incuriosite,  titubanti ,  ma facilmente corruttibili,  si concedono un’ acconciatura tutta rasta ed  extension che assicurano fatta in meno di un’ ora …….. ovviamente africana:   120 minuti !

Mentre attendiamo seduti in ombra le due donzelle,   guardiamo la gente e la gente guarda noi;  intanto un bambino  che da un po’ mi osserva  da lontano  si avvicina,  incuriosito dai miei  “strani “ capelli bianchi e con fare timido allunga la manina per toccarli,  sorride felice e avuto il mio permesso si diverte ad arruffare la mia capigliatura.

Girando per Ouaga,  in attesa dell’aereo,  cerchiamo qualcosa da portare a casa,  qualcosa che viene dall’ Africa quale ricordo  di questa esperienza:  cerchiamo qualche oggetto carino sulle bancarelle di artigianato.    Veniamo così  letteralmente presi d’ assalto dai venditori che  ci circondano e con un’ insistenza soffocante ci trascinano  nelle loro botteghe:  non c’è pericolo, 

sono solo  “ disperati di vendere ”,  sparano prezzi altissimi, bisogna contrattare con decisione  per  strappare un prezzo  equo.

Credo che l’ oggetto più bello  portato a casa  sia quel cappellino fatto  coi colori della bandiera burkinabè.

Lo  indossava  un ragazzo a Tiebò,  un cappellino vissuto e un po’ scucito ma che spiccava in modo particolare fra le tante teste dei ragazzini  della scuola, mi ha colpito in modo particolare:  quel cappellino  “ sapeva     d’ Africa “,  raccontava  quel mondo:   così,  senza parlare e senza chiedere  permesso,  ho scambiato il mio  col cappello burkinabè ed  il ragazzo  ha accettato.

Al contrario la spada comprata a Ouaga  ha un sapore più amaro.

In prossimtà dell’ aeroporto  si avvicina al petit-car   un gruppetto di tuareg  anch’ essi  “ disperati di vendere ”    propongono  delle bellissime spade, fatte a mano, con  fodero in cuoio.   Cerco di allontanarli, ma mi fanno tenerezza ed  allora parlo un po’ con loro del deserto, del  Mali,  ma  loro sorridendo continuano ad offrirmi  le  mercanzie,  ripeto  di essere senza franchi e  di non poter comprare, ma insistono ed allora, per sfinimento, offro, “  con la speranza che mollino “, 10 euro.     Non sapendo  calcolare correttamente il cambio  si fanno aiutare da idrissa,  ma,  probabilmente, si confondono e  accettano.  A quel punto gli amici del gruppo che seguivano la mia trattativa,  fiutato l’ affare,  comprano altre spade.

Ripensando a  quel  momento un senso di colpa mi stringe il cuore,  e immagino  quanta amarezza,  forse,  avranno provato traducendo  più tardi quei pochi euro nella moneta locale.

Quei  piccoli capolavori  di artigianato,  chissà  da quali mani abili saranno stati lavorati,  chissà in quale   villaggio vivrà quell’ artigiano che non conosceremo mai e sicuramente non saprà  che le sue opere,  oggi,  sono  in una casa tanto lontana e tanto diversa,  esposte  in bella mostra e mai usate  per offendere  ( anche se con esse,  una ferita  l’ abbiamo , io credo, procurata  ai  suoi

mercanti ).


Alle prime ore del mattino del 14 gennaio l’ aereo  ci  porta verso casa  mentre, avvolti dal   buio  dell’alta quota e  dalle copertine di paille  blue,  sonnecchiamo tranquilli, ci svegliamo poi all’ alba con i primi raggi di sole   per la colazione.    Anche il mio vicino apre pigramente gli occhi e con la luce mattutina  vediamo chiari i nostri volti.

Scambiamo qualche parola di saluto e il discorso cade sul perché della mia fasciatura. Racconto

l’ accaduto e con un gesto di solidale comprensione, l’ anonimo compagno,   mi mostra la  sua  mano con due dita compromesse da un incidente…………………che singolari coincidenze possono succedere in cielo  !

Questo  semplice diario di viaggio  è il racconto dell’ esperienza di  questi giorni vissuti  in un luogo diverso da quello che abitiamo, con  gente che per il colore della pelle, per  cultura, per  abitudini è differente  dalla gente che abitualmente frequentiamo.   Questo diario è anche per dire che in Burkina  ci torneremo ancora,  e  con ancor  più gratitudine,   già  sapendo  che ,  ne riceveremo in cambio una quantità maggiore,  come sempre.

Questa è la vera ricchezza del  viaggio !

Beppe Ghiglione  2012