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domenica 5 settembre 2010 img
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 Viaggi 2010 Riduci

 

 

 

                              PANE   BANANE & BRAKINA
 
 “Che storia !”
 
 
 
 
Per la seconda volta torniamo  in Burkina:  ritornare per incontrare, ritornare per confermare legami che si sono mantenuti saldi nonostante la distanza, nonostante le differenze. Legami  tenuti vivi anche da telefonate  con un cellulare:  chiamate che spesso si interrompono dopo pochi secondi per il poco credito. Legami rinsaldati   mandando un piccolo regalo oppure spedendo le foto scattate nel 2008.
Un ritorno,  in   un viaggio di “incontri “ in terra d’ Africa.
 
Anzi, da subito è così;  a  Milano, conosciamo Claudia che è al ceck in:   ci parla della  sua voglia di viaggiare, si interessa ai progetti della nostra associazione.
Sull’ aereo,   dei ragazzi marocchini ci raccontano del loro  lavoro a Torino, della voglia di tornare a casa.  
Sempre in aereo  Daniela (che  ha fatto Biologia ed è impegnata in un progetto in Gabon), ci racconta di quanto è accogliente la gente di laggiu’, narrandoci poi con  entusiasmo del suo incarico africano.
A Casablanca chiediamo al ragazzo che,  con fare “giustamente”  annoiato, pulisce il lungo corridoio dell’ aeroporto, come si possa  ricaricare il computer  alla rete;   si attiva subito  e poco dopo con un sorriso ci porta l’ adattatore.
 
Sarà un viaggio verso le persone, all’ insegna della  cordialità, in questo l’Africa è maestra.
Ogni incontro è  segnato da una stretta di mano: la stretta di mano è cortesia, è interessarsi all’ altro,  sapere  come sta e  come sta la sua famiglia: solo dopo ci si parlerà.
Lungo la strada una semplice richiesta di informazione non è mai sbrigativa , ma preceduta da un lungo saluto.
 
Qualcuno ha detto che “ esistono 3 afriche:
quella degli animali
quella dei paesaggi
e quella degli uomini”.
L’ Africa degli uomini in  Burkina è fantastica:  fatta  di gente semplice ed ospitale anche se molto povera.
 
Arriviamo a Ouagadougou alle 4 del mattino, stanchi, il viaggio è stato lungo, sono ormai quasi 24 ore che siamo in giro.
 
Finalmente abbiamo di nuovo i piedi per terra, i piedi sulla “terra degli uomini integri” : sì, questo vuol dire “Burkina Faso”. Questa è la terra che ha ospitato il grande sogno di Thomas Sankara, un sogno tradotto in una realtà di riforme e di riscatto per il popolo burkinabè…..ma stroncato ahimè troppo in fretta da chi ha riportato  tutto dentro le righe del potere.
Dice il regista burkinabè Dani Kouyatè:
“ il potere ha bisogno di fare ciò di cui il suo mondo ha bisogno: è pressato, schiacciato, controllato da interessi mondiali, che nulla hanno a che fare con gli interessi o le richieste della popolazione civile. E’ una questione di pressioni. E’ una questione di distrazioni. “
 
All’ aeroporto ci attendono il fedele   Omar, Usseni ed altri amici:  ci accolgono  con calore, aiutandoci poi a trasportare i bagagli;  tutti vogliono darci una mano, si crea subito confusione,  una confusione che sarà  “fatale”  (se no che Africa sarebbe ?)
Riposiamo a casa di Omar per recuperare energie,  ma il caldo ci fa capire che in questi giorni sarà   una presenza costante, quasi una tortura..
 
Prima urgenza: trovare  un’  auto, un’ auto sicura che non molli fino all’ ultimo giorno.
Per fortuna Idrissa in ogni dove ha  un amico .
Troviamo così la mitica e fedele Peugeot.
A Ouaga incontriamo Zidane,  con il quale contrattiamo il prezzo  del mulino che  porteremo poi a Villy, all’ associazione che aiuta le vedove e le donne sole del villaggio.  E’ una promessa che abbiamo fatto:  dobbiamo mantenerla.
 
 
Siamo in Burkina con le nostre priorità: viaggiare per scoprire, tornare per vedere se i sogni portati a casa due anni fa siano davvero diventati realtà   concrete.  Siamo in Burkina per lasciarci interrogare da questo mondo.
 
 
Giriamo ancora per la città in cerca di Dieudonne’.
 
 
Le strade principali sono asfaltate,  mentre  le altre sono    in terra rossa.
Il traffico è un via vai caotico  di pedoni, motorini, camion e taxi che si muovono  in un’ aria impastata di polvere e smog.
Verso mezzogiorno finalmente arriviamo e conosciamo  Dieudonne’:  si occupa di pozzi  (è lui che ha fatto il “forage”  a Tebò.)
Un faccione simpatico, un uomo cordiale con tanta  voglia di fare: parla con entusiasmo, cercando di  coinvolgerci in affari con lui……chissa’ !!! 
Dieu merci ci offre poule roti e del buon vino.
 
Condividere cibo e bevande è un importante   momento di incontro,  proprio come in Italia:  ma qui in Africa molto più prezioso e significativo.
 
Vogliamo arrivare a Koudougou  prima del tramonto:  sono 100 km di strada insidiosa e piena di  buche .
Come dappertutto, ma  mai come in Africa,  i conti si fanno sempre alla fine: infatti, dopo poca strada, proprio dove già un camion giace gomme all’aria,  scoppia uno  pneumatico.
Siamo sovraccarichi   di bagagli , chiediamo aiuto ad un’ auto che passa,  scarichiamo peso (facendo salire con il nostro soccorritore Idrissa ed un paio di valigie).
Noi procediamo adagio.
Intanto il sole scende, rosso come una palla di fuoco,  e si spegne fra le braccia dell’ arida terra,  colorando il cielo  di riflessi dorati,  mentre rapidamente la sera cede il posto alla notte stellata.
Mancano ancora 80 km all’ arrivo,  viaggiamo lentamente e senza ruota di scorta …..
Dieu merci arriviamo bene:  rivediamo Salif,  Rebecca  e Ramon,  che saranno i   nostri compagni in questi giorni di soggiorno in Africa.
 
La giornata inizia con un saluto a Enzo Missoni.
Conosciamo così chi ci ha aiutati a realizzare il pozzo a   Tebò. Enzo è uno di quelli che ha” mollato tutto”  e spende la vita per gli amici burkinabè. Ci fa accompagnare da Abiba che ci guida e spiega come e per chi lavora Oasis.
Poi la pancia vuota ci fa capire che è mezzogiorno.  Cerchiamo l’Abbè kabore’ sperando in un invito a pranzo…….ma l’ invito non arriva.
Passiamo dalle suore di Torino per un saluto, un po’ interessato,  ma  ahimè anche qui siamo arrivati tardi:  il pranzo è già servito.
Non ci resta che tornare  a casa.
 
Nel pomeriggio andiamo a trovare  il farmacista:  è un dovere dal cui  non possiamo esimerci .
Entriamo nella  sua bottega dove tutto è rimasto uguale  a  2 anni fa.  Sugli scaffali polverosi  i rimedi per tutti i problemi.
Chissà se qualcuno sarà guarito con quegli intrugli ?
Incontriamo la sua calma e ascoltiamo le sue parole di saggezza popolare.
Lo invitiamo a Tebò per la festa che ci attende.
(Le sue radici vengono da li’).
 
Questo è un paese dove sono forti e vive le radici che lo ancorano alle sue tradizioni; nello stesso tempo,  però , così come teme la siccità che brucia la sua terra, il Burkina avverte l’ insidia di un vento straniero spesso solo portatore di nuovi miraggi e, appunto, di nuove inutili illusioni.
 
Due passi al mercato, coloratissimo di frutta e verdure, di gente che ci chiama “nasara nasara”, di profumi forti e nuovi, di coni di spezie, di stoffe variopinte e di sarti  che,  in poche ore,  ti cuciono un abito su misura, di donne che,  con mani abili e veloci,   acconciano pettinature tutte treccine.
Al mercato, con Rebecca,  cerchiamo di distribuire le foto scattate due anni fa,  ma che  fatica rintracciare le persone!   
Chiediamo informazioni ad alcuni ragazzi del mercato che,  con un rapido passa- parola, si danno da fare per aiutarci.  
 
La terra rossa è  “l’ asfalto ecologico”   delle piste che collegano i villaggi del Burkina: la pista è sovente scavata  dalle gomme dei camion (tole’ ondole’),  (che la rigano orizzontalmente)  e percorrerla  in auto vuol dire mettere a dura prova le sospensioni.  La carrozzeria, sollecitata dalla strada,  è tutta un vibrar di portiere.
Quanto sono lontani i nastri d’ asfalto per noi mai abbastanza lisci !
 
Da Koudougou   a Sabou si viaggia in un lungo filare di alberi maestosi, vecchi alberi piantati nel periodo della colonizzazione,  all’ epoca   dei lavori forzati.
Stanno lì,  testimoni del tempo, immobili  a guardare quel mondo di persone che, da sempre, cariche   di fardelli pesanti, tutti i giorni raggiungono  i mercati con la speranza di vendere qualcosa, e dai mercati che poi tornano   a casa con   qualche soldo o con qualche mercanzia  (necessaria   per tirare avanti,  un po’ meglio,  la vita semplice di tutti i giorni).
 
A Imasgo si lascia la pista rossa per cominciare il lungo sentiero, caldo secco e polveroso   che porta a Tebo’: è lì che ci attendono i ragazzi della scuola,  i capi villaggio, il vice sindaco di Imasgo, l’ Ispettore della scuola, il Capo della Polizia , i musicisti e i ballerini che danzeranno e suoneranno per noi.
Un’  accoglienza festosa preparata con cura dai maestri della scuola, quasi uno spettacolo in cui ognuno ha   spazio per  esprimere il ringraziamento della comunità di Tebò per il dono dell’ acqua.
 
Attorno al pozzo c’è un   fazzoletto di verde coltivato. Ogni giovedì i ragazzi si dedicano all’ orto e innaffiano le piante di eucalipto messe a dimora  tutt’ intorno alla scuola
 
E’ bello vedere la forza di quest’ acqua, la sua incredibile e vitale capacità di trasformare la polvere in terra fertile, di cambiare davvero il percorso di una scuola che, grazie all’ acqua, offre ai suoi ragazzi l’ esperienza concreta di un laboratorio semplice ma vivo quale un orto. Orto come sussistenza e come strategia di vita:  per imparare, per sopravvivere, per vivere.
.
 
Ovviamente non tutto funziona alla perfezione:  man mano che distribuiamo  le cartelle portate  in dono, ci accorgiamo che diminuiscono  in maniera vertiginosa rispetto ai ragazzi…… fino a mancare. E’  un momento di sconcerto per noi,  e di delusione per i ragazzi. E’ qui che capiamo  lo scherzo fatale della confusione all’ aeroporto di Ouaga.
Guardandoci in faccia esterrefatti  ci rendiamo conto  che una valigia, piena di borse rosse, è stata  dimenticata all’ aeroporto.
 
Più tardi Dieu merci, con la valigia  fortunatamente ritrovata e recuperata,  torniamo   a Tebò. 
I maestri ci confessano che, nel trambusto della giornata precedente, anche loro hanno dimenticato di farci piantare gli alberi di eucalipto quale segno vivo e permanente di un’ amicizia che vuole crescere e legare sempre di piu’ gli amici di “Oltre la Polvere”   e Tebo’.
Con noi ci sono Rebecca e Salif:  scherziamo, e siamo contenti di aver rimediato l’inconveniente delle borse a Tebò.
Ritorniamo di sera,  e  la notte arriva rapida……. proprio  come se qualcuno spegnesse la luce all’ improvviso.
A Imasgo è ormai d’ obbligo la sosta al “dancing bar” .
Qui  non c’è la corrente elettrica  e alla luce tremante di una  pila, ci beviamo  la Brakina, la birra burkinabè povera di alcool ma eccezionale per dissetare.
La luna  è uno splendore: chissà se in questo momento qualcuno a casa in Italia sta anche guardando il cielo ! 
Con un “pensiero profondo “  constatiamo che la luna africana  è la stessa che si vede in  Italia:   questa  intuizione arguta ci  rasserena e ci fa sentire meno  lontani!
Tornati da Tebò  vediamo i nostri visi riflessi allo specchio:  rossi di polvere hanno un aspetto buffo, ma qui  ogni volta che rientri da un viaggio è così !
La notte è   torrida.
 
 
Arriva finalmente la telefona di  Zidane:   il mulino è pronto  e puo’ essere consegnato  a Villy.
A Villy ci accompagna Emanuel:  è lui che conosce la strada,   la strada che serpeggia in mezzo ad un  paesaggio tanto  monotono da confondere la nostra direzione:  infatti  girovaghiamo faticando per arrivare.
Al villaggio le donne ed i ragazzi ci accolgo cantando e danzando,    (pare di vivere un deja vu). 
Come due anni fa ci sediamo in cerchio a parlare sotto l’ ombra del  grande albero, ma questa volta c’  è  una novità:  il mulino è  realtà concreta.
Scattiamo molte foto  per immortalare questo momento:  la gioia è tanta, ed è tanta l’emozione nel vedere che una manciata di solidarietà può “aprire una strada.”
E’ qui che vive Sibrj,  ed è Margherita che -senza esitazione - ci coinvolge pregandoci di aiutarla.
Il nostro pensiero corre subito agli amici che lavorano all' ospedale di
Nanoro:  a loro chiederemo di guarirla .
 
 
 
Il giorno non inizia al levar del sole, ma con la preghiera del Muezzin, col canto del gallo, col suono delle campane della Cattedrale  e con il fischio del treno che scende verso la Costa d’Avorio:  un impasto di suoni che da noi sarebbe una minaccia alla quiete, mentre qui si traduce in una realtà di pacifica convivenza  fra uomini,  fedi ed animali.
 
Una convivenza vissuta in 12 ore di luce e 12 ore di buio, dove il tempo che trascorre non assilla nessuno, perché  nessuno è mai in ritardo.
Dove le case non “custodiscono la vita”, perché la vita si vive e condivide all’ aperto, senza nascondersi dentro la gabbia di una privacy ormai ossessiva nel mondo delle tecnologie.
 
 
Il nuovo giorno ci porterà a  Bo Bo Diuolasso e a Banfora, a ovest,  dove il Volta regala a questa terra secca un angolo verde, con abbondanza di acque che scendono verso la pianura.
La strada per Bo Bo è quella che porta in Costa d’Avorio.
Partendo da Koudougou per 70 km è uno zigzagagare fra una infinità di buche pericolose:  sono numerosi i camion fermi a sostituire le gomme: qui non si chiama il carro- attrezzi ma ci si rimbocca le maniche e, se necessario,  lungo la via si ripara  anche il motore.      
 
Per fortuna, dal luogo di  pedaggio in poi,   l’asfalto è buono e si puo’ correre veloci.
 
Arriviamo a Banfora, in buona forma nonostante i 450 km percorsi, il caldo e la fame.  
4 banane,  un po’ di pane e una brakina sono il pranzo:  andrà meglio a  cena.
Un ragazzino ci fa da guida accompagnandoci  alle cascate:  ci immergiamo così nella natura, con il caldo mitigato dalla freschezza
dell’  acqua che scorre.
E’  periodo di secca,  c’e’ meno  acqua, ma quanto basta per rinfrescarci.
Risaliamo il fiume fino al punto piu’ alto, da cui si vedono l’immensa distesa dei campi coltivati a canna da zucchero e la maestosità dei manghi che affondano le radici in una terra fertile.
 
A Bo Bo ci sorprende la targa di un camper parcheggiato nel cortile dell’ albergo. Incredibile ma vero,  è italiano: è una coppia di pensionati che,  in compagnia del loro cane, sono scesi via terra fino in Burkina.
Ci raccontano del viaggio, delle difficoltà,  di come ti interroga la miseria che incontri e di come ti affascinano  la strada e il deserto,  e ci ribadiscono la loro passione per l’’ Africa.
E’ come se avessimo ritrovato  amici conosciuti da sempre.
Il nostro è un viaggio di incontri !
Insieme prendiamo un caffè all’ italiana, scambiamo i nostri numeri di telefono per risentirci  e ci salutiamo.
Ognuno per la sua strada.
 
A Bo Bo visitiamo l’ antica Moschea costruita in fango nel 1893, con torri coniche e puntoni in legno.  
La visita è guidata, l’interno della moschea è buio e angosciante: non è un luogo di culto che predisponga alla serenità!
Prima di uscire, la guida impartisce  su di noi,  previa offerta,  la benedizione di Allah  affinche’ ci assista nel  viaggio di ritorno.
 
Dalla piazza ci voltiamo verso la Moschea di fango: illuminata dalla luce del mattino assume un colore caldo…..peccato che questo calore non penetri al suo interno!
Risuona ancora nelle nostre orecchie la cantilena della benedizione, lasciandoci l’ impressione di essere quasi una richiesta ad un Dio per noi sconosciuto e straniero.
 
Ai margini della città di Bo Bo, ai margini della strada ed ai margini dei cotonifici, le donne cercano fra i rifiuti del cotone qualche battutolo recuperabile: è un lavoro nella polvere, umile e povero, eppure un piccolo miracolo quotidiano che trasforma lo scarto in sopravvivenza.
 
Arrivando a Sabou,  lungo la strada si vedono distese  di piccoli coni bianchi e rossi :   sono  le  pietre che le donne, a mani nude e senza protezione alcuna,   frantumano pazientemente:   è il loro lavoro, un modo per guadagnare  un po’ di soldi.
Ancora un piccolo miracolo quotidiano che trasforma la pietra in materia di vita.
Ci fermiamo per un saluto e raccogliamo il sorriso di una mamma.
 
 
Chiediamo ancora uno sforzo alla nostra mitica Peugeot, vogliamo che ci porti a Gorom Gorom, laggiù dove comincia il deserto, laggiu’ dove la terra è piu’ inospitale, laggiu’ dove il silenzio è battuto da un sole infuocato.
Sono 500 km, per fortuna   di strada buona.
Lasciata la capitale,  le distanze tra una città e l’ altra sono immense, ma lungo la strada si   incontra sempre qualcuno: piccoli carrettini carichi di persone e di cose trainati da robusti asinelli,  gente che accatasta fasci di legna secca o di carbone pronti per essere venduti e caricati sui camion di passaggio, ragazzi che offrono pappagalli, mercanzie varie e perfino copri ruota trovati lungo la via.
Nonostante l’ ambiente arido e inospitale,  ci sorprende il vedere tanti animali pascolare.
Questa è la terra dei Peul, popolo nomade e allevatore per tradizione.
Qui sono i mercati di bestiame più importanti del Burkina.
Purtroppo non possiamo essere a Gorom Gorom  il giovedi’,  che è il giorno del famoso   mercato  “raccomandato da tutte le guide.”
Continuiamo verso  Kaya, Bani, Dorì,  poi,  sotto il sole di mezzogiorno,  percorriamo gli ultimi lunghi 60 km di pista in  terra rossa che porta  a Gorom  Gorom.
La pista nel primo tratto è molto rovinata e il senso di circolazione è dettato dalle condizioni del fondo: per fortuna dopo pochi chilometri la strada migliora.  
Arriviamo all’ Ostello delle Orpheline alle 14,30  e  il  caldo è terribile!
Il viaggio è stato duro ma non possiamo mollare.
All’ Ostello  ci propongono una escursione a Oursi alle 15,30.
Non si puo’  rifiutare, siamo venuti proprio per vedere il deserto ! 
Dopo 40 km di fuoristrada incontreremo  le dune di sabbia:  non è ancora il deserto immenso del Sahara,  ma solo un anticipo.
Dobbiamo “accontentarci” !
Dalla  cima alle  dune si ammira la vastità del territorio, il mare di Oursi ed il villaggio.
Il mare di Oursi è un vasto  barrage che trattiene l’acqua delle grandi piogge, offrendo così un po’ di umido a questa terra secca.
 
Scende il sole sul villaggio il tramonto è sempre uno spettacolo meraviglioso:   il colore del sole è così morbido da poterlo guardare  fino a quando l’ultimo raggio illuminerà questa giornata.
Di ritorno ci  attende una buona cena,     due parole in amicizia  con Suor   Margherita   kabore’     ( la sorella dell’ Abbe’ di koudougou).
Si sta seduti a parlare: perché Gorom Gorom in lingua burkinabè vuol proprio dire “ sediamoci e parliamo “.
Poi due  passi sotto   il cielo  immenso di quest’ angolo africano  dove le stelle, se la notte fosse abbastanza lunga, si potrebbero  contare ad una ad una.
E’ buio totale e regna un  silenzio assoluto.
Dieu merci,   la  camera è climatizzata !
 
Prima che nasca il giorno lasciamo Gorom Gorom:  non vogliamo viaggiare sotto il sole cocente.
La savana è avvolta da una leggera nebbia che rende il paesaggio ancor piu’ affascinante e misterioso;  intanto, all’orizzonte,  i primi raggi bucano il cielo che si colora   di sfumature azzurre che via via diventano sempre piu’ rosse, tanto che l’alba si potrebbe  confondere con il tramonto.
Il nostro primo incontro   è un tuareg che  cammina veloce nella savana: chissà dove andrà ?
Lo salutiamo con simpatia,   si ferma   e  gli regaliamo uno scatto,  che ammira felice e sorpreso nel visore della camera.
Forse è la prima volta che si vede in fotografia.
 
Percepiamo nettamente lo Spirito comune che abita ogni uomo: diversa è la lingua, diversa è la pelle e  diversa la cultura:  ma
un’ unica umanità quasi ci affratella sotto il cielo africano ! 
Ancora un viaggio di incontri oltre il semplice   incontro !  
 
 
Arriviamo a Bani, la città che ospita sette straordinarie moschee in mattoni di fango.
E’ a  Bani  che Mohamed Kafando,  all’ età di 7 anni, senza aver mai letto il Corano, inizio’ a parlare come un profeta.
Molte furono le persone che vennero a Bani per ascoltare le sue parole.
Dal 1982 al 1992 sono state costruite le 7 moschee , disposte secondo una pianta precisa che rappresenta la posizione di un uomo in preghiera.
Accostiamo per fermarci  e succede di sentirci  ”come la    marmellata dimenticata  al sole  che si ricopre di mosche”.  
Un  nugolo di bambini ci circonda: questo è  l’effetto devastante del turismo selvaggio, è una richiesta  insistente di  “cadeau”  e  “càta caicòs”  (come si direbbe in Piemonte.)
Interviene a liberarci un uomo, munito di bastone, e i bambini si allontanano.   Si propone come guida, naturalmente a  pagamento,  per  accompagnarci a vedere la grande Moschea denominata Mani di Dio
E’ un’ architettura povera ma davvero bella:  la facciata è un rilievo di decorazioni molto originali, il tutto da l’idea, (forse per il colore),  di  una costruzione fatta di tanti biscotti (quelli che da bambini si inzuppavano nel latte).
Peccato che il tempo,  l’incuria e la pioggia  stiano rovinando  le altre sei sorelle costruite sulla collina.
 
Sicuramente Banì senza le sue Moschee  sarebbe uno dei tanti anonimi villaggi del Sahel; invece tra le 7 Moschee si respira un’ aria diversa, misteriosa.
Incuriosisce che proprio quel luogo arido, dove l’orizzonte delimita spazi infiniti, abbia dato voce ad un profeta……ma, nello stesso tempo, si capisce che proprio lì dove il silenzio è più assordante, dove la vita è essenziale, si senta tanto forte la voce di Dio.
 
 
Per andare a  Nanoro ci sono 70 km di terra battuta: polvere, e ancora polvere, sollevata dai camion che, avanti e indietro,  lavorano per la costruzione del  “barrage”:  é il progetto di una diga  per trattenere le acque delle grandi piogge entro un’ ampia valle, insomma si vuol  creare un invaso che sappia contenere acqua per poter rendere coltivabile la terra circostante.
Sono anni che si lavora,  l’opera è faraonica, chissa’ …?
 
Prima di  arrivare dal nostro amico,  il Re di Nanoro,  passiamo  a salutare il capo villaggio,  che ci accoglie con la sua eleganza e la sua semplicità.
Ci fa sedere  all’ ombra, e subito  parla di come procedono i lavori del barrage.
Legge una lettera che ha preparato in cui  si fa interprete del malcontento e delle preoccupazioni dei capi villaggio interessati.  
 “Quelli del barrage”  vogliono  trasferire tutti gli abitanti della zona  dando loro un misero compenso ( pochi sacchi di cemento e una manciata di soldi per i mattoni)   in cambio del loro veloce spostamento in un’area vicina.
Le case sono già tutte  numerate e inventariate; così appare come il presagio di una deportazione annunciata:  è angosciante.
Gli  interessi sono sempre spietati,  soprattutto verso i deboli.
 
Ci fermiamo dove si coltivano e si raccolgono i pomodori:
fa caldo, eppure la gente,  senza un filo d’ombra e al sole cocente,  carica i camion che porteranno i cassoni di pomodori   al porto di Abidjan.
 
Ormai è mezzogiorno:  presto saremo dal Re di Nanoro. 
Come due anni fa,  ci riceve alla sua corte, si ricorda di noi,  e noi  lo salutiamo con deferenza.
Il Re di Nanoro, Sua Maestà Naba-Tigre, è un saggio signore ottantasettenne che rappresenta l’autorità morale più importante del villaggio. E’ da lui che   i capi e la gente vanno per ottenere consigli,   benedizioni per matrimoni e affari.
Anche per il Re è passato il tempo: è invecchiato, ci vede poco  ormai ed è piu’ silenzioso.
Vicino a lui,  uno degli ottanta figli: è  l’erede al trono.
Pranziamo insieme: ci offre  spaghetti, faraona e buon vino: questo ci rallegra.
 
 
Al ritorno passiamo all’ospedale dei Camilliani  per una sosta di riposo.
Parliamo con Gino Capponi:  viene da Saluzzo ed è un chirurgo  in pensione che a tempo pieno ha deciso di stare tra i piu’ poveri.
Ricordiamo amici comuni  e concordiamo e fissiamo la data dell’ intervento di Sibrj, necessario per evitare in futuro  l’amputazione della gamba.  Ci assicura che andrà tutto bene!  Ancora Dieu merci !
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Eccoci arrivati agli ultimi giorni del soggiorno in Burkina,  e si avvicina la partenza,  si avvicina il momento di lasciare Idrissa, Rebecca, Salif e Ramon.
A casa è un via vai di gente, vengono a salutarci, tutti vogliono fare  la foto con noi , chiedono il nostro numero di telefono e l’indirizzo.
Rimanere impressi nella nostra fotocamera è come partire insieme , e l’ indirizzo è come avere già un pezzo di casa in Italia.
 
“Che storia”  quante volte lo ha detto Idrissa in questi giorni, (lo dice ogni volta che la situazione diventa complicata e confusa).
“Che storia” quest’  Africa, il Burkina, e i tanti volti che abbiamo incontrato.
Storie di vita, di modi di essere. Storie di una terra arida e calda dove il rosso e il verde si contrastano, di una terra che ti trascina in mille riflessioni.
Storie di chi ha poco e quel poco non lo spreca  perché tutto è utile.
 
Mi torna in mente  il volto di quel bambino che va a scuola  e mi chiede se ho  un tappo per la sua bottiglietta di acqua:
per noi,  un rifiuto da buttare.
Per lui invece tanto importante !
Rivedo i ragazzi, la sera,  seduti sotto i lampioni della strada per studiare: a casa non hanno  la corrente,  quella corrente che da noi non puo’ mai mancare !
Ancora, la domenica, quella moltitudine di biciclette e motorini alla Cattedrale, la gente che  prega (in Chiesa e  fuori sotto il sole), un Dio che è di tutti e per tutti.
 
Che storie !  quante storie.  
Storie di gente comune  che ogni giorno compie il grande miracolo della sopravvivenza.
                                           Questo è il Burkina !
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
  
 
 
 
 
 
    
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